Il Tirreno

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La cantante

Noa canta dal suo “esilio” a Firenze una preghiera dello Shabbat ebraico per la pace nel mondo

di Mario Neri
Noa canta dal suo “esilio” a Firenze una preghiera dello Shabbat ebraico per la pace nel mondo

Bloccata in città dopo attacco all’Iran, artista israeliana pensa alla famiglia a Tel Aviv. «La cosa più dura da ammettere è che sapevamo che Netanyahu per salvarsi avrebbe fatto la guerra»

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FIRENZE La voce sale nella penombra della chiesa di San Salvatore al Monte, sopra Firenze. Una voce che prega, che canta, che cerca casa. Noa è lì, davanti all’altare, uno scialle grigio addosso, il telefono acceso. Un amico registra un video mentre intona un canto tradizionale e lo affida ai social. È una canzone dello Shabbat. Parole antiche, una melodia che attraversa i secoli. «Angeli della pace, proteggete i miei cari». In una chiesa cattolica, anche se lei è ebrea, ma non importa. Chi prega per la pace, può farlo ovunque, lei ha con sé i suoi angeli, dice.

La cantante israeliana è rimasta bloccata in Italia. Era arrivata a Firenze per lavorare a “Re-Imagine Peace”, festival previsto per luglio, pensato come un incontro tra artisti israeliani e palestinesi. Musica come linguaggio comune, una scena condivisa dove il conflitto resta fuori. Poi la guerra si allarga, le notizie arrivano improvvise. L’attacco all’Iran cambia tutto. I voli si fermano, le rotte diventano fragili. Lei resta qui.

Lo chiama esilio. «Dal mio esilio a Firenze», scrive su Facebook sotto il video girato nella chiesa francescana che guarda la città dall’alto. La città scorre sotto, le cupole, i tetti, l’Arno lontano. Dentro la chiesa la sua voce si appoggia alle pareti di pietra. «Anche se è una chiesa, i miei angeli sono con me ovunque».  

Pensa a casa. Alla famiglia che aspetta a Tel Aviv. Racconta che tornerà martedì notte, se il volo da Roma partirà davvero. Un viaggio rischioso. «Per fortuna, se tutto va bene, tornerò a casa martedì di notte con un volo da Roma a Tel Aviv. È pericoloso, ma preferisco stare con la mia famiglia anche se giorno e notte bisogna nascondersi nei rifugi».

Dice che la situazione in Israele è molto dura. Dice che si è sentita male quando ha saputo dell’attacco. Dice anche di essersi sentita "male" quando ha saputo dell'attacco «ma la cosa più difficile da ammettere – dice in un’intervista a Repubblica - è che lo sapevo. Le persone come me, che hanno dimostrato contro il governo autoritario israeliano, sapevano che l'ultima carta di Netanyahu per salvarsi sarebbe stata la guerra. È un gioco politico più grande del conflitto tra Israele e Iran. È un incubo per noi. Preghiamo per le persone in Iran, che saranno libere dal regime, ma le loro vite sono in pericolo. Sento che siamo nelle mani di leader che danno le nostre vite per scontate, in Russia, Iran, Cina, in Usa. Sono molto arrabbiata».

Le parole arrivano come un flusso che mescola paura e rabbia. Chi protesta contro il governo israeliano, racconta, immaginava che la guerra potesse diventare l’ultima carta politica di Benjamin Netanyahu. Una partita più grande del conflitto con l’Iran.

È un incubo, lo chiama così. Preghiere per le persone in Israele, preghiere per quelle in Iran, per le vite sospese sotto un regime che stringe. Preghiere per chi vive sotto le bombe. La sensazione di essere nelle mani di leader che trattano le vite come numeri, in Russia, Iran, Cina, negli Stati Uniti.

Poi torna il canto. Nella chiesa fiorentina la melodia dello Shabbat si alza ancora. Una voce sola, lontana da casa, che cerca pace.

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