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Il delitto

Omicidio di Firenze, ecco chi ha sferrato i colpi mortali

di Mario Neri

	I rilievi e la vittima
I rilievi e la vittima

La ricostruzione del gip: la spedizione punitiva, l’appuntamento, il festino e la scena feroce nell’appartamento

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FIRENZE. «Gliela faccio pagare». La frase rimbalza nell’abitacolo dell’Opel Corsa grigia che lascia Pisa e punta Firenze. Nel viaggio lo dice senza girarci intorno, Gabriele Citrano. Non è uno sfogo. È un programma. Lui, il compagno e i due amici a bordo hanno inalato pv, la sintetica fatta arrivare dall’Olanda. Sono in fase up, esaltati da questa droga che spoglia chiunque dei freni inibitori. Poche parole messe a verbale, ora pesanti come un macigno nella ricostruzione della spedizione punitiva finita con la morte del designer 33enne originario di Palermo, ucciso a coltellate nell’appartamento di Rifredi la notte del 27 febbraio, carnefice diventato vittima del suo stesso piano.

Quella promessa di vendetta si rovescerà in tragedia poche ore dopo, una nemesi feroce consumata in cinquanta metri quadrati fra il 99 e il 101 di via Reginaldo Giuliani in una scena talmente brutale da aver convinto il gip Gianluca Mancuso a confermare gli arresti per i tre indagati di lesioni aggravate, rissa aggravata e omicidio proprio per la furia con cui agguato e duello si sono compiuti. Sprangate dirette alla testa e poi fendenti, tanti, sferrati con coltellacci da cucina da tutti di fronte ai carabinieri, senza freni, nemmeno davanti alle pistole spianate e all’intimazione dell’alt.

Per questo restano in carcere Antonio Corvino, 31 anni, originario di Barga, cresciuto e domiciliato a Viareggio, e Daniele Atzeni, fiorentino di 34 anni. Va ai domiciliari – ma solo per motivi di salute – Giacomo Mancini, 52 anni, lucchese di Borgo a Mozzano, il compagno di Citrano. Quella frase il giudice la mette nero su bianco nell’ordinanza. E adesso assottiglia perfino la versione della donna livornese che si è definita esca a sua insaputa, l’intermediaria che ha attirato Corvino nella trappola con la promessa di un rendez-vouz.

Il debito e la serata

Nella sua ricostruzione, poi, il gip rivela un altro dettaglio sconcertante. Il debito per cui Citrano architetta l’agguato a Corvino non è da 2mila, ma da appena 1500 euro. Aspetta quei soldi da giorni. E la pv che gli mastica la mente e il corpo gli accende una sete di vendetta.

Comincia tutto a Pisa. A bordo dell’Opel ci sono Citrano, il compagno Giacomo Mancini, un amico venuto da Massa Carrara e una quarantenne livornese. È lei ad aver favorito l’appuntamento con Corvino. È lei l’esca per recuperare il debito contratto dal viareggino per la pv, il motore di questa storia e delle chemsex, i festini a base di dosi e sesso con più persone incrociate più volte negli ultimi anni dalle inchieste. E un festino quella sera è in corso proprio fra il 99 e il 101 di via Reginaldo Giuliani. E la promessa di una serata di svago con una donna che Corvino conosce è ciò che Citrano e Mancini vogliono usare per rintracciarlo. Perché da giorni è irreperibile. Non si fa trovare. Prima di imboccare l’autostrada, una deviazione a Livorno, nei pressi di un cimitero: un incontro rapido al finestrino, uno scambio di parole e denaro. Poi, destinazione Firenze.

L’Opel di Citrano arriva a Rifredi intorno alle 2. Corvino è lì, con il telefono in mano. Non appena li vede scappa subito gridando «Aiuto!». Citrano e Mancini lo inseguono. In strada si sente urlare: «Ti ammazzo, dammi i soldi, è da cinque giorni che devi darmi i soldi». Una mazza da baseball si alza e lo colpisce. Corvino si riprende e corre verso il civico 101 di via Reginaldo Giuliani, tenta di rifugiarsi. Grida. In casa ci sono due amici, uno racconterà di averlo sentito implorare aiuto e aver visto Citrano colpirlo più volte sferrare colpi di mazza alla testa finché non si decide ad andare ad aprirgli il portoncino verde sulla strada. Riesce a farlo passare nel disimpegno ma la porta cede sotto la spinta dei due. L’aggressione si sposta in casa, lui fugge, resterà estraneo. L’altro amico nell’appartamento è Atzeni.

Una scena feroce

In casa succede di tutto. L’ordinanza descrive una scena feroce. I carabinieri sono all’incrocio con via dello Steccuto, setacciano la strada che porta alla stazione, ma all’altezza del tabaccaio c’è l’amico scappato dall’appartamento che si sbraccia, richiama la loro attenzione: i militari in pochi secondi sono sul posto, entrano e trovano Atzeni sopra Citrano, disteso sul divano, mentre lo colpisce ripetutamente al torace e al fianco sinistro con un coltello. Anche Corvino, liberatosi dalla cintura di Mancini, ricoperto di sangue, pieno di tagli addosso e con la testa spaccata, apre un cassetto della cucina, impugna una lama e vibra tre fendenti contro Citrano, alla spalla sinistra e al torace. Riparte anche Atzeni. Trascina a terra il designer e non si ferma neppure alle intimazioni dei militari. Afferra un secondo coltello nero a terra e continua. Solo quando gli puntano contro pistola e taser depone l’arma. Mancini è lì, ferito e sanguinante. C’è sangue ovunque in quei cinquanta metri quadrati. Poi droga sul tavolo: pv, crac, cocaina, eroina. Verranno sequestrate una mazza, più coltelli, forbici.

Per il giudice la percezione diretta degli carabinieri rende il quadro «di eccezionale solidità». Atzeni e Corvino rispondono di omicidio volontario in concorso. Per Mancini si profila il concorso anomalo: ha partecipato alla spedizione per «dare una lezione», ha preso parte alla rissa armata, e l’esito letale era prevedibile in quel contesto.

La morte

Citrano muore alle 2.49, nonostante i tentativi di rianimazione. Corvino resta a terra incosciente e, insieme a Mancini, finisce in ospedale con ferite da taglio. La brutalità della scena, la spedizione organizzata, l’uso di armi fondano – scrive il gip – il pericolo concreto che possano «rifarlo».

L’autopsia

Sul corpo di Citrano l’ultima parola spetterà all’autopsia. L’incarico è stato conferito alla medico legale Susanna Gamba, che avrà 90 giorni per depositare la relazione. L’esame, in programma all’istituto di Medicina legale di Careggi domani, mercoledì 4 marzo, dovrà chiarire la causa precisa del decesso, la compatibilità delle ferite con le armi sequestrate, stabilire quali lame abbiano colpito a morte e con quale sequenza. Un passaggio decisivo per definire le responsabilità individuali nella dinamica finale.

Brutalità, scrive il gip Mancuso nell’ordinanza in cui convalida gli arresti. Carcere per Atzeni e Corvino (difesi rispettivamente dagli avvocati Antonio Voce e Emanuela Bertucci). Domiciliari a Lucca per Mancini (difeso da Valentina Biagi). I gravi indizi di colpevolezza e il pericolo che possano rifarlo. I tre indagati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Sullo sfondo resta la donna livornese che ha fatto da intermediaria per la trappola a Rifredi: non indagata, ma con una versione che ora vacilla. L’ordinanza fissa un punto: la notte di Rifredi comincia in un’auto, con una frase che suona come un avvertimento, e finisce in un soggiorno trasformato in campo di battaglia. L’autopsia dirà come. La giustizia dovrà dire chi. Tutto è successo per riscuotere un debito modesto: 1500 euro hanno aperto una voragine sulle vite di questa notte di follia, trasformata in una specie di allucinata congiura de’ Pazzi. Con una frase pronunciata come premessa di vendetta e trasformata in un folle volo di sangue sul nulla.

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