Il Tirreno

Firenze

Arte

Firenze, la Cappella Brancacci restaurata torna all'antico splendore. Fronde e alberi emergono dallo sfondo

di Sabrina Carollo
Firenze, la Cappella Brancacci restaurata torna all'antico splendore. Fronde e alberi emergono dallo sfondo<br>

Santa Maria del Carmine torna a mostrarsi nella sua interezza dopo la fine del cantiere. Impiegati macchinari di diagnostica che hanno permesso di scoprire disegni di piante

4 MINUTI DI LETTURA





FIRENZE. E dietro ad Adamo ed Eva apparvero degli alberi. Il restauro appena concluso agli affreschi della cappella Brancacci, in Santa Maria del Carmine, ha svelato che una delle immagini più celebri del ciclo iconografico, quella dei progenitori nel paradiso terrestre, non è sempre stata come l’abbiamo vista noi – i corpi chiari che emergono da un fondo scuro –: in realtà prevedeva un contesto differente e lussureggiante di piante frondose. Non sappiamo esattamente se fosse stato pensato così fin dall’inizio, ma sicuramente uno strato di pittura comprendeva uno sfondo con alberi dalle folte chiome: lo scenario sorprendente è stato individuato grazie ai moderni macchinari di diagnostica impiegati durante questi ultimi lavori di ripristino.

Le piante erano state realizzate con miscele di sostanze che si sono degradate nel tempo fino a scomparire: «È stata mappata la presenza dell’arsenico, che era uno dei componenti di un colore giallo, l’orpimento, che normalmente non si usava ad affresco – come ben sapevano i pittori dell’epoca – perché molto instabile alla luce, che lo faceva svanire», spiega Emanuela Daffra, Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure.

«Grazie alle tecnologie di ultima generazione utilizzate è stato possibile individuare la presenza di particelle infinitesimali di arsenico che hanno consentito di “vedere” il disegno nascosto. Si tratta dell’inizio di uno studio che cambierà in parte anche la lettura delle immagini».

Cominciato nel 2020, quando vennero individuati alcuni distacchi, fortunatamente di piccole dimensioni, della pellicola pittorica della scena con la “Disputa di Simon Mago” dipinta da Filippino Lippi nel Quattrocento, il lavoro si è concluso nell’aprile scorso, perché non è stato semplicemente effettuato un restauro delle parti a rischio, ma l’intervento ha offerto l’occasione per eseguire approfondimenti diagnostici e di analisi che hanno mappato in modo dettagliato le condizioni del ciclo pittorico di Masaccio, Masolino e Filippino Lippi. Un impegno corale di grande cooperazione tra enti diversi coinvolti nelle operazioni – Soprintendenza e Servizio Belle Arti del Comune di Firenze, Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Opificio delle Pietre Dure – che ha comportato una condivisione di conoscenze, di coordinamento degli interventi e di continuità di curatela rispetto al restauro precedente, avvenuto negli anni Ottanta, ma anche, forse soprattutto, a quelli futuri, che saranno programmati con regolarità secondo un piano di manutenzione programmata, in modo da mantenere costantemente monitorati e puliti gli affreschi.

«È stato emozionante per me, che avevo partecipato da allievo ai restauri di trent’anni fa, vedere i miei maestri di allora visitare il cantiere assieme ai miei giovani collaboratori, tre generazioni di restauratori sullo stesso ponteggio», ha commentato Alberto Felici, funzionario restauratore della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Firenze che ha seguito i lavori: il restauro eseguito a suo tempo si è confermato valido, al punto da ispirare anche gli interventi attuali: «In quell’occasione erano state sperimentate alcune malte a presa autogena, ovvero in grado di indurire in assenza d’aria, quindi all’interno delle sacche della muratura», aggiunge Daffra. «Questa formulazione è stata aggiornata con componenti più adeguate dal punto di vista della tossicità, della compatibilità con i materiali, e paiono funzionare egregiamente su questi piccoli, in alcuni casi millimetrici, distacchi».

È stata inoltre messa a punto di una pulitura calibrata – un intervento più incisivo di una semplice spolveratura ma nemmeno una vera e propria pulitura, perché non ancora necessaria rispetto al restauro precedente – con l’impiego di gel viscoelastici capaci di togliere un primo strato di polveri mantenendo l’ottimo ritocco eseguito negli anni Ottanta. Le indagini infine hanno consentito di identificare i materiali usati dai singoli pittori: «Sono artisti che lavorano nel Quattrocento, quindi la tavolozza è più o meno quella, ma grazie alla possibilità attuale di individuare gli elementi e le miscele usati per realizzare i colori è possibile osservare come i pigmenti siano stati utilizzati in modo differente da Filippino Lippi rispetto a Masaccio o Masolino», conclude Daffra. Una serie di informazioni importanti insomma, in grado di offrire nuove prospettive alla ricerca storico artistica e che confluiranno in un convegno in programma per la primavera 2025, in cui saranno divulgati tutti i risultati del monumentale lavoro. Fondamentale per la realizzazione del grande cantiere è stato il contributo di mecenati come Friends of Florence e Jay Pritzcher Foundation, che hanno consentito di sostenere i costi di un ponteggio adatto ai macchinari di diagnostica e accessibile dal pubblico, aprendo il cantiere di restauro ai visitatori – compresi i portatori di disabilità motorie – che hanno raggiunto la cifra record di 76 mila presenze: un’operazione di divulgazione affiancata alla realizzazione di una App 3D interattiva su web.
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa