Il dolore
«Taleb è pentito e si è scusato». Ma il gip lo lascia in carcere
Interrogato il giovane per l’attentato al Consolato Usa
FIRENZE. «È pentito e si è scusato. Ha ammesso i fatti e risposto a tutte le domande ricostruendo passo per passo quello che ha fatto quella notte. Non si aspettava che il suo gesto fatto per sensibilizzare in maniera provocatoria, e non certo di terrorismo, su quanto sta succedendo a Gaza avesse un tale clamore», così l’avvocato Samuele Zucchini sintetizza stato d’animo e dichiarazioni di Taleb Moh’d Dani Hakam, il ventunenne accusato di essere il responsabile del lancio di due bottiglie molotov contro la sede del Consolato Usa a Firenze la notte fra mercoledì 31 gennaio e giovedì 1 febbraio scorsi.
«Ci sono pericolo di fuga e rischio di reiterare il reato, oltre alle aggravanti di aver utilizzato delle armi da guerra, come sono ritenute le bottiglie molotov, e di aver commesso il reato di notte in una zona abitata», sono invece parti delle considerazioni prospettate dai pubblici ministeri Luca Tescaroli e Lorenzo Gestri (della Direzione distrettuale antimafia) che sono state accolte dal giudice delle indagini preliminari, Antonio Pezzuti, che ha convalidato il fermo e disposto l’ordine di custodia in carcere per il giovane.
E’ andata avanti tutta la mattina di ieri l’interrogatorio di Dani Hakam, nato in Italia da padre Giordano e madre della Cisgiordania. «E’ emotivamente coinvolto ed ha spiegato le motivazioni del suo gesto – racconta l’avvocato Zucchini – Voleva fare qualcosa di provocatorio. Ma rimane un ragazzo di 21 anni, senza precedenti. E’ nato in Italia, qui ha fatto le scuole e lavora di notte in un albergo. Non ha neppure la patente di guida». E, sarebbe proprio quest’ultimo aspetto che, secondo l’avvocato giustificherebbe il fatto di non esser tornato a casa quella sera del 31 gennaio scorso. «E’ andato ad assistere a uno spettacolo al teatro Puccini e poi, non avendo la macchina ha deciso di rimanere a dormine in una struttura ricettiva in via Solferino». E la permanenza nella struttura è stata confermata da una dipendente della stessa che lo ha riconosciuto nella foto che i carabinieri le hano mostrato, come il giovane che si è presentato con la prenotazione fatta su whatsapp per quella sola notte al prezzo di 77,50 euro.
Poi, così come ricostruito dagli investigatori visionando i filmati delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona, il ventunenne viene filmato da una telecamere in via Solferino mentre esce alle 2,46 e vi rientra alle 3,35. Mentre un’altra telecamera in via Palestro lo immortala mentre lancia le due bottiglie molotov alle 3,29.
E poi c’è quell’immagine del ventunenne che alle 3,09 all’incrocio fra via Palestro e Corso Italia fa una telefonata. Ci sono complici nell’attentato? «Ha dichiarato di aver fatto tutto da solo e di aver comunicato agli altri il suo gesto solo con i video pubblicati su Telegram e spediti ad alcuni mezzi di informazione». Sì i video e gli account dai quali sono stati spediti e che hanno permesso agli investigatori di arrivare fin nell’abitazione a Dicomano dove il giovane vive con i genitori. La linea telefonica da cui sono partiti è quella intestata alla madre che sarebbe del tutto ignara di quello che stava progettando il figlio. In casa i carabinieri hanno trovato felpe - simili a quelle che il giovane indossava quella notte e nel video di rivendicazione - e un tappeto, con un forte odore di liquido infiammabile simile a quello usato per le bottiglie molotov.
Gli investigatori inoltre, grazie all’esame del materiale informatico sequestrato al giovane e alla sua famiglia sono riusciti anche a risalire alla chat su Telegram nel gruppo “The Whole World is Hamas” che conta sedici iscritti e usato per diffondere il video di rivendicazione. Nella galleria fotografica del cellulare sono stati trovati i video diffusi con le applicazioni Instagram e CapCut, una prima volta alle 2,49 quindi subito dopo l’attentato e poi una seconda volta nel pomeriggio alle 15,40 dello stesso 1 febbraio.
«Tutte le dichiarazioni fatte dal mio assistito adesso saranno oggetto di riscontro da parte della Procura e venerdì faremo l’accertamento – conclude l’avvocato Zucchini – Sono convinto che già per quella data Dani Hakam potrà uscire dal carcere e beneficiare di un altro tipo di regime restrittivo», alludendo probabilmente ai domiciliari.
Una ipotesi ottimistica visto che gli investigatori vogliono essere certi che non ci siano stati complici e c’è quella telefonata alle 3,09 che ha bisogno di riscontri. E poi c’è quella minaccia lanciata coi video di voler compiere «altri 49 operazioni contr o obiettivi sionisti presenti in Italia» che preoccupa e non poco.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
