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Il bacio, gesto istintivo o culturale? Le origini e perché è un atto di grande uguaglianza (e lo sapevate che in Nuova Guinea...)

di Sabrina Carollo

	“Il Bacio davanti all’hotel De Ville”, il famossissimo bacio immortalato dal fotografo Robert Doisneau. A destra Elisabetta Moro e Marino Niola
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“Il Bacio davanti all’hotel De Ville”, il famossissimo bacio immortalato dal fotografo Robert Doisneau. A destra Elisabetta Moro e Marino Niola

Gli antropologi Moro e Niola oggi al Vieusseux presentano il libro “Baciarsi”. Un’indagine su genesi, storia e simbologia del gesto d’amore per eccellenza

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Tra sacro e terreno, tra corpo e anima. Il bacio non è semplicemente, come recita il celebre aforisma di Rostand, un apostrofo rosa: come spiegano Elisabetta Moro e Marino Niola nel loro saggio Baciarsi, pubblicato da Einaudi, è un atto che risale agli albori dell’umanità, portando con sé un carico di istintualità forgiato dalla cultura attraverso i millenni, codificato in modalità differenti e con molteplici significati. I due autori, entrambi ordinari di antropologia dell’università di Napoli, presenteranno il volume questa sera (giovedì 1) alle 17,30 al Gabinetto Vieusseux (Palazzo Strozzi), nell’ambito della serie di incontri dal titolo “Donne di troppo. Per un’educazione sentimentale”, realizzato dalla celebre istituzione letteraria in collaborazione con Libraccio Firenze: quattro appuntamenti dedicati all’alfabetizzazione sentimentale, tutti a ingresso libero.

Niola, com’è nata l’idea di questo libro?

«Nel 2020 ricorrevano i 50 anni del bacio di Doisneau e mi venne chiesto di scrivere un pezzo su questo argomento. Mentre lo preparavo ci siamo accorti con Elisabetta che in realtà non c’erano studi in proposito, tranne un vecchio libro di Kristoffer Nyrop, “Storia del bacio”. E poi eravamo in piena pandemia, non ci si baciava più, il bacio era stata la prima vittima del Covid. Proprio per questo se ne sentiva ancora più il bisogno»

Il bacio è un gesto istintivo o culturale?

«È un gesto culturale: ha una base istintiva ma poi è stato sviluppato, formato con la cultura. Nasce come gesto nutritivo, è quello che fanno le mamme scimpanzé quando mettono in bocca ai cuccioli il cibo premasticato. Nel tempo, in fasi molto remote dell’evoluzione, si è svincolato dalla sua funzione originaria ed è diventato un modo di esprimere godimento, passione».

Quindi c’è più corpo o più anima nel bacio?

«Tutte e due, perché dove c’è il corpo c’è anche il resto: il desiderio, l’affetto, la passione, la tenerezza, la commozione. Sono migliaia le componenti del bacio: noi usiamo la stessa parola per una serie di contatti fisici che hanno natura completamente diversa. Il bacio di passione, quello che si dà ai figli, i baci di sottomissione si chiamano sempre allo stesso modo, apparentemente il gesto è lo stesso, ma i significati sono completamente diversi. Già i romani avevano tre vocaboli differenti: il basium, da cui deriva la parola bacio, l’osculum, che era il bacetto affettuoso che si dà ai bambini, e poi il savium, il bacio di lingua, quello della passione. Anche i greci avevano il filema, che era il bacio affettuoso, e il kataglottisma, il bacio di lingua».

Il bacio è una sorta di punto di congiunzione?

«È un punto di congiunzione tra due persone, in un certo senso ne è l’interfaccia fisica. Peraltro è un gesto unisex, in cui le due parti sono assolutamente alla pari, non c’è chi domina e chi è dominato, né un ruolo maschile e femminile, per cui è un atto di grande uguaglianza. Rappresenta la parità assoluta anche perché annulla la differenza tra dare e ricevere, è perfettamente reciproco».

Moro, ci sono popoli che non si baciano?

«A lungo si è detto che i Giapponesi non si baciavano. In realtà proprio con questo approfondimento abbiamo appurato che non è così, semplicemente non si baciano in pubblico. Non a caso dopo la guerra, i giovani che volevano affermare la propria volontà di emancipazione dalla cultura tradizionale hanno cominciato a baciarsi in pubblico. Il divieto di assumere atteggiamenti espansivi all’esterno è comune a molti paesi, specialmente nei regimi totalitari. Piuttosto cambiano le modalità, non sempre si tratta di un incontro di labbra: per esempio nella Cina antica il bacio consisteva nella “confricazione”, ovvero lo sfregamento della punta del naso. O ancora in alcune popolazioni della Nuova Guinea ci si bacia mordicchiandosi le sopracciglia».

Come nasce il baciamano?

«È un atto di sottomissione, tant’è che prevede che si chini la schiena, e di rispetto: il baciamano alle donne nasce da tutta quella letteratura cortese in cui, pensiamo per esempio a Petrarca, si bacia addirittura il guanto, nemmeno la mano perché sarebbe stato troppo osé. Il guanto diventa una sorta di oggetto transizionale attraverso il quale si arriva al corpo dell’amata. Il bacio di sottomissione è quello si fa a papi, re, vescovi, il bacio dell’anello che è simbolo del potere e che quindi suggella una relazione di vassallaggio, di asservimento».

Qual è il bacio più famoso?

«Sicuramente nella fiabistica quelli più conosciuti sono quelli di Biancaneve e della Bella addormentata, oggi accusati di appartenente a una cultura maschilista perché trasmettono l’idea di un principe ricco, bello e famoso che salva la donna. Storicamente ce ne sono altri celebri: uno è quello tra Brezhnev e Honecker durante la guerra fredda, un bacio maschile che scandalizzò l’occidente e che in quel caso suggellava un patto politico. E poi quello dell’immunologo Fernando Aiuti e la sieropositiva Rosaria Iardino, per dimostrare che l’Aids non si trasmette attraverso semplici incontri di labbra, che rappresentò un riscatto per tutti malati che negli anni ’90 erano stigmatizzati e isolati anche da un punto di vista sociale».

E il bacio di Giuda?

«Quello è un bacio di tradimento, nel libro gli dedichiamo un capitolo, perché con quel bacio sappiamo che Giuda consegna Gesù alle milizie, però è allo stesso tempo l’emblema del bacio cristiano. All’inizio della storia del cristianesimo i fedeli si scambiavano la pace non dandosi la mano ma baciandosi, senza distinzione tra maschi e femmine, in quanto fratelli: un gesto universalistico, di riconoscimento della propria uguaglianza. Quindi con quel bacio Giuda fa apparentemente il gesto più comune, quello di fratellanza, per consegnare Gesù alle guardie».

Uno dei temi affrontati nel libro è il bacio nei film.

«Il cinema è l’industria del bacio: la storia del cinema comincia con “The kiss” un cortometraggio di poco più di un minuto che consiste semplicemente in un bacio. Ma i famosi baci hollywoodiani in realtà erano falsi: il Codice Hays, dal nome del politico che lo ha introdotto, stabiliva come il bacio sullo schermo non potesse durare più di tre secondi. Hitchcock, in Notorius, aggirò il limite facendo baciare Cary Grant e Ingrid Bergman per oltre tre minuti – forse il bacio più lungo del cinema con quello di Via col vento – con un escamotage: si baciano per tre secondi, poi allontano le labbra, si ribaciano, si sussurrano qualcosa e così via, allungando i tempi. Era un non-bacio, ma ha condizionato l’immaginario amoroso di intere generazioni».

Per Firenze avete in serbo un argomento speciale?

«Visto dove siamo parleremo del bacio di Paolo e Francesca descritto da Dante, in omaggio al grande fiorentino: un bacio legato a un tradimento ma in cui l’amore vince sulla legge».

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