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Morto a 48 anni schiacciato nel macchinario: a giudizio l’amministratrice di Alma
Giuseppe Siino, pratese, era quasi a fine turno. A giudizio per omicidio colposo Romana Casini
CAMPI BISENZIO. Rimase impigliato con l’orologio, venne risucchiato e schiacciato nei rulli. Era la sera del 17 settembre 2021 e Giuseppe Siino, 48 anni, pratese, era quasi a fine turno. La sua vita finì così, in pochi secondi, in una macchina rotolatrice per la stiratura di moquette, nello stabilimento della Alma spa di Campi Bisenzio. In via Donatello erano quasi le 21,30. Fu uno choc per i colleghi che lo trovarono esanime, per la figlie Irene e la moglie Sara che corse alla fabbrica non vedendolo tornare a casa.
Ora, per la morte di Giuseppe è stata rinviata a giudizio con l’accusa di omicidio colposo Romina Casini, amministratrice con delega alla sicurezza della Alma, una prestigiosa azienda della zona industriale di Capalle che trasforma la fibra tessile in moquette, a cento metri dal confine con Prato e gestita dalla famiglia dell’ex presidente di Confindustria Toscana Alessio Marco Ranaldo. «Ci teniamo a sottolineare che non abbiamo accettato nessun rito alternativo – dice l’avvocato dell’azienda Olivia Nati – Casini ha scelto di difendersi in dibattimento, perché crede di poter dimostrare la correttezza del proprio operato».
Al centro della tragedia ci finì una agugliatura, un macchinario, diverso ma non troppo rispetto a quelli in cui erano morti pochi mesi prima altri due giovanissimi lavoratori pratesi, Luana D’Orazio nel maggio 2021, la 22enne diventata un simbolo dei morti sul lavoro e delle battaglie per la sicurezza sul lavoro, e Sabri Jaballah tre mesi prima, a febbraio. La prima risucchiata da un orditoio a Montemurlo, il secondo schiacciato da una pressa in una fabbrica tessile di Montale.
Anche nel caso di Alma, nel mirino dell’accusa ci sono finiti i sistemi di sicurezza del macchinario. Tra le prime ipotesi venne vagliata quella di un possibile malore di Siino prima di venir risucchiato. Il dipartimento di prevenzione dell’Asl non riscontrò manomissioni, ma emerse un dato sorprendente: si trattava di un macchinario vecchio, del 1996, che non prevedeva protezioni, almeno a stare al libretto.
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