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Tav, acqua e fango dall’asfalto: Ponte al Pino chiuso, città in tilt
La talpa scava e intercetta un vecchio pozzo di carotaggio rimasto aperto. Paura per un possibile crollo, ma è solo una fuoriuscita di terra e additivi
FIRENZE. Un allagamento improvviso di Ponte al Pino con sostanze di scavo e fango a risalire dalle fognature di via Pacinotti, il conseguente traffico in tilt a causa della chiusura dell’area per sicurezza e il timore, fortunatamente infondato, di un cedimento del ponte a causa delle vibrazioni provocate dalla talpa Iris vista la vicinanza con il cantiere dell’alta velocità ferroviaria. Questo il mix di emergenze che ha paralizzato da metà pomeriggio fino a sera inoltrata l’area tra le Cure, Campo di Marte e piazza della Libertà tra code, clacson spianati e tanta paura per un crollo del ponte per cui è atteso un rinforzamento con iniezioni di cemento per il passaggio della fresa meccanica. Con Palazzo Vecchio ad intervenire rapidamente per risolvere i problemi, creati dall’anomala fuoriuscita di liquidi dal cantiere di Rfi, schierando sul campo polizia municipale, vigili del fuoco e tecnici comunali.
E l’opposizione all’attacco per l’ennesimo imprevisto dei lavori Tav che ha provocato grande disagi nella viabilità cittadina, specialmente nell’orario di punta del rientro a casa. L’allagamento di Ponte al Pino è iniziato verso le 17 quando dalle fognature ha iniziato ad uscire un liquido marrone, fango unito ad additivi non tossici usati per “ungere” la fresa meccanica che stava scavando il tunnel ferroviario. Un fenomeno che ha spinto subito il Comune a chiudere il ponte che connette il quartiere delle Cure con i viali, alla circolazione di veicoli e passanti. Generando code soprattutto vicino al cavalcavia, in via dei Mille e viale Don Minzoni. Secondo quanto ricostruito da Rfi la fuoriuscita di liquido dal sottosuolo è da attribuire a un vecchio foro di carotaggio, un canale in disuso risalente a molti anni fa, da cui il liquido è risalito in superficie a causa della pressione legata al passaggio della talpa.
Normalmente, infatti, la materia di risulta della perforazione viene convogliata in tubi speciali e smaltita. Il materiale, un mix di fanghi, residui di terra e additivi non tossici, si è subito rivelata molto scivolosa: per questo motivo è stato vietato il transito, oltre sul ponte, anche nell’area di via Pacinotti. Divieti terminati quando i tecnici di Rfi e del consorzio Florentia, guidato da Pizzarotti & C, incaricato della costruzione del tunnel, hanno concluso le operazioni di pulizia e controllo del ponte. Per cui inizialmente si era diffuso il timore di un cedimento, a fronte degli appena 800 metri di distanza dal cantiere della fresa meccanica che ha ripreso di recente a scavare dopo alcune settimane di blocco (da luglio scavati 120 metri nonostante l’iniziale previsione di 10 metri al giorno).
E soprattutto della vecchiaia del ponte che risale all’800 e già lo scorso inverno era stato chiuso per opere di manutenzione straordinaria. In attesa della demolizione e successiva ricostruzione, in partenza tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. «Incubo mobilità e traffico: un nuovo capitolo. Nel cantiere Tav non si scava ma il cantiere allaga, almeno Ponte al Pino. Una follia. Una grande opera inutile e dannosa, costantemente rimandata, su cui manca trasparenza, che aumenta il problema di spostarsi. Un paradosso? No, un cattivo modo di governare», attaccano i consiglieri di Sinistra progetto comune, Dimitrij Palagi e Antonella Bundu. Mentre il capogruppo della Lega, Federico Bussolin, annuncia un’interrogazione in consiglio: «Un problema, quello del Ponte al Pino, che i fiorentini si portano dietro da molto tempo. Cosa ha da dire l’assessore Giorgetti?».
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