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Firenze, picchia la figlia di 17 anni: «Vivi troppo all’occidentale». Le impediva anche di parlare italiano
Condannato a 8 anni un 54enne di origine nordafricana, non voleva che la moglie lavorasse e spaccò un manico di scopa sulla schiena alla ragazzina
FIRENZE. Picchiava la moglie e i figli, facendoli vivere in un regime di terrore. Tutti comportamenti che sarebbero stati dettati, secondo la ricostruzione degli investigatori, anche dalle sue convinzioni religiose. Impediva ai familiari di parlare italiano, non voleva che la moglie lavorasse e aggrediva la figlia minorenne – arrivando in un caso a romperle un manico di scopa sulla schiena – perché a suo dire viveva in modo «troppo occidentale»: a 17 anni voleva uscire con gli amici, si truccava e si rifiutava di parlare la propria lingua di origine. Con queste accuse un uomo di 54 anni, di origine nordafricana, è stato condannato in primo grado dal tribunale di Firenze a 8 anni con l’accusa di maltrattamenti in famiglia. Il giudice ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 25.000 euro alla moglie e ai figli minorenni all’epoca dei fatti, e 10.000 euro per il figlio maggiorenne. L’uomo, difeso dall’avvocato Andrea Benigni, è stato invece assolto, “perché il fatto non sussiste”, dalle accuse di tentato omicidio e di violenza sessuale verso la moglie, sua connazionale, per due episodi che non sono stati riconosciuti dal giudice. Nei suoi confronti la procura aveva chiesto una pena a 18 anni di reclusione.
In base al capo d’imputazione, l’uomo si sarebbe reso protagonista di «ripetute condotte di sopraffazione fisica e psicologica, non contribuendo ai bisogni essenziali della famiglia». Inoltre avrebbe picchiato la moglie anche davanti ai figli piccoli, non curandosi neppure del fatto che fosse incinta. L’ira dell’uomo si sarebbe scaricata spesso anche sulla figlia. In occasione del suo tredicesimo compleanno l’avrebbe picchiata con un manico di scopa, accusandola di essere andata fuori a festeggiare il suo compleanno con gli amici invece di rimanere nel loro appartamento a fare le faccende di casa.
Le violenze e i maltrattamenti andavano avanti dal 2004. Si sono interrotte solo il 31 ottobre del 2020, quando la diciassettenne ha trovato il coraggio di raccontare tutto alla polizia di Stato. Lo ha fatto quando gli agenti della squadra volante sono intervenuti a casa sua perché il padre aveva aggredito la madre colpendola con calci e pugni e minacciandola con un coltello da cucina. Prima non aveva mai trovato il coraggio di denunciare, perché aveva paura della reazione dell’uomo, da cui dipendeva anche economicamente poiché lui impediva di lavorare sia a lei che alla madre. Però, nel vedere la madre picchiata brutalmente, ha deciso di intervenire in sua difesa, permettendole di scappare in strada per chiamare la polizia. Entrambe nell’occasione sono rimaste ferite in modo lieve. «Ti ammazzo», «appena va via la polizia ti ammazzo», «se vado in carcere ti ammazzo», avrebbe gridato il cinquantaquattrenne all’indirizzo della moglie prima e poi della figlia.
Dopo l’intervento della polizia e la denuncia della diciassettenne sono iniziate le indagini, che hanno fatto emergere sedici anni di terrore e maltrattamenti. Nel processo che ne è scaturito si sono costituiti parte civile sia la moglie dell’imputato che i quattro figli, tutti assistiti dall’avvocato Samuele Zucchini: «Sono soddisfatto per la sentenza – afferma il legale – chiaramente però valuto, una volta viste le motivazioni, di fare ulteriori attività difensive. Anche la famiglia è soddisfatta per l’esito».
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