Ambiente, i progetti per la difesa del suolo decimati dal taglio delle risorse
Parte degli allagamenti e dei danni evitabili con i lavori previsti al torrente Marina. Monni: «Necessarie procedure specifiche per garantire la sicurezza dei territori»
FIRENZE. Una gabbia burocratica. In cui restano imprigionati progetti e programmi per la difesa del suolo. Stritolati da pareri, approvazioni e lunghe attese per ottenere i finanziamenti. E poi ancora modifiche, rivisitazioni e il responso, spesso, di decine di enti. E mentre la «burocrazia frena», i «cambiamenti climatici accelerano», sottolinea Monia Monni, assessora regionale all’ambiente, facendo eco a Marco Bottino, presidente dell’Anbi Toscana, che ha lanciato una sorta di appello a sburocratizzare le procedure per gli interventi finalizzati alla difesa del suolo. Perché i progetti ci sono, spesso le risorse non mancano, ma le lungaggini burocratiche limitano l’inaugurazione dei cantieri. Così è stato ad esempio per la Marina – il torrente di Campi Bisenzio esondato pochi giorni fa – che da almeno vent’anni attende un intervento complessivo per il suo allargamento e per il rafforzamento degli argini. Con i finanziamenti arrivati a goccia nel corso del tempo e con i progetti da adeguare, rivedere, ammodernare di volta in volta, una parte dei lavori è rimasta solo sulla carta. Fino a quando, pochi giorni fa, la furia dell’acqua ha spazzato via tutto, vanificando anche gli sforzi (progetti e cantieri) portati avanti nel corso degli anni. Eppure quelle opere, rimaste in parte solo teoria in attesa dei finanziamenti e delle approvazioni necessarie, avrebbero potuto mitigare quello che è stato un evento eccezionale. «Ad esempio i Gigli non sarebbero finiti sott’acqua», ha spiegato Bottino in un’intervista al Tirreno.
«Per una regione come la nostra e per un Paese come l’Italia, caratterizzate da fragilità estreme, le opere idrauliche sono fondamentali – sottolinea l’assessora all’ambiente –, ma hanno iter di approvazione uguali a un qualsiasi intervento chiesto da un privato». Certo, evidenzia Monni, «è giusto che ci siano controlli sui progetti, che la qualità dei progetti deve essere elevata e che ci devono essere tutele ambientali massime», ma le «opere idrauliche vanno fatte». E soprattutto vanno fatte velocemente. Per prevenire, ma soprattutto per cercare di difendere i territori da quelli che da straordinari, nel corso del tempo, si trasformeranno in eventi e fenomeni meteorologici sempre più frequenti. «Non è possibile – aggiunge Monni – che alcuni progetti per vedere l’approvazione e l’inizio dei lavori devono aspettare anni. Come nel caso del Marina, dove stavamo intervenendo». Spesso, invece restano imprigionati nella gabbia della burocrazia che differisce per anni, se non per decenni, la materializzazione di progetti che nel corso del tempo hanno poi la necessità di essere aggiornati e riapprovati. «Ci vorrebbero leggi e procedure specifiche per fare determinate opere che servono a garantire la sicurezza dei territori. Sono però le norme dello Stato e le dobbiamo rispettare», specifica l’assessora. Lungaggini e tagli. Perché se spesso alcune opere restano in attesa di un parere, altre si “perdono” nella richiesta dei finanziamenti. E il Pnrr, da grande opportunità, si è trasformata in un’occasione persa. «Sono stati tagliati 16 miliardi alla difesa del suolo – prosegue l’assessora –. Il Pnrr dovrebbe essere finalizzato a rendere i territori più resilienti. Non a garantire lo sviluppo, ma lo sviluppo sostenibile. Tagliare le risorse a quelle opere che dovrebbero difendere i territori è un problema. Siamo forse la Regione che investe di più in difesa del suolo (700 milioni di cantieri attivi): è difficile, ma lo facciamo. Il problema è che mentre i cambiamenti climatici accelerano, la burocrazia frena», la materializzazione di quei progetti che dovrebbero difendere il territorio.
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