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Alluvione a Campi Bisenzio, le ore di terrore: «Io, al buio e via dalla piena con la gatta della vicina»

di Valentina Tisi
Una ragazza piange dopo aver portato in salvo i suoi gatti
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Una ragazza piange dopo aver portato in salvo i suoi gatti

La notte insonne circondata da acqua, sirene dei soccorsi e i messaggi sui social

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CAMPI BISENZIO. I tergicristalli non riescono a mandare via l’acqua che si accumula sul finestrino come se fosse buttata con un secchio, lungo il ponte della circonvallazione ci sono le auto lasciate da chi spera di metterle in salvo. Sul cellulare si susseguono le notifiche. Chiudersi in casa e salire ai piani alti, non uscire, non scendere nei garage. Entro in casa, lascio la borsa, prendo le chiavi della vicina ed esco di nuovo, la sua gatta è sola. La prendo e chiudo la porta, finalmente a casa. L’acqua è fuori, qui sono al sicuro. Solo che non mi sento poi così sicura. Sui social i messaggi si susseguono troppo veloci per leggerli tutti. Facebook trabocca di video, su alcuni c’è scritto “Campi adesso”, ma quella non è Campi, distinguere le immagini vere da quelle provenienti da altre zone diventa difficile.

Le notifiche su Whatsapp non si fermano più, c’è chi condivide immagini delle strade allagate, chi ha paura, chi decide di allontanarsi da casa prima che sia troppo tardi. Sono passate da poco le 21. «Tracimato in piazza Gramsci». Arrivano i primi video del centro, quella che corre lungo via Santo Stefano non è più solo pioggia, è il Bisenzio. Poi i racconti di chi vive in piazza Gramsci, chi dice che l’acqua sta cominciando a entrare in casa. Guardo il telefono, com’è possibile? Era solo pioggia. L’ansia cresce. Controllo la mia strada, non può essere così grave, qui a San Martino è stato anche peggio, eppure ecco la paura. Il cibo è in tavola, ma resta lì, la tv è accesa ma non saprei dire su quale canale o che ore sono. C’è un nodo allo stomaco che non se ne va. So cosa bisogna fare, portare l’indispensabile al piano di sopra. Ma cosa è indispensabile? Acqua, succo di frutta, pancarrè, taralli e biscotti. Anche la marmellata per la colazione. Raduno tutto per portarlo su, ma non ho ancora finito di sparecchiare e poi le notifiche sul cellulare che continuano ad arrivare, non riesco a smettere di leggere. Non so cosa fare prima.

Sono quasi le 23 quando arriva un nuovo messaggio: «La Marina ha rotto alla Montalvo». Rotto. Adesso è paura vera; l’ho sentito dire fin da piccola: quando l’acqua esce fuori arriva piano, ma quando rompe allora sì che è violenta, che porta via tutto. E ora ha rotto. Salta la luce, mi rendo conto che forse come prima cosa avrei dovuto mettere in carica il telefono finché c’era l’elettricità. Internet comincia a non funzionare, la linea telefonica già di normale è un disastro, adesso è morta del tutto. Spero che la carica basti per tenere accesa la luce del cellulare il tempo necessario per trovare una torcia. Non so quanto rimango al buio. Quando la luce torna, internet riprende pigramente a funzionare, le foto che arrivano fanno venire il magone. Auto quasi sommerse, ingressi dei condomini pieni d’acqua, persone che scrivono di averne più di un metro in casa. Come un metro? Un metro è tantissimo. Eppure nella mia strada la situazione non è così drammatica. Però la testa è lì, all’argine distante pochi metri. E se rompe? Sarà alto il Bisenzio sotto la passerella di San Martino? Ormai è mezzanotte e non so ancora cosa fare, salire su? A fare cosa? Chi riesce a dormire? Ma al piano di sopra è più sicuro e allora salgo. La notte è lunghissima.

Tengo il telefono attaccato al caricabatterie e scorro i messaggi sotto le coperte, da Facebook salto a Whatsapp. Siamo in tanti a passare la notte così, sono sempre di più quelli che aggiungono all’elenco cose perse: la moto, l’auto, i mobili della casa. Poi i messaggi degli amici, la notizia ormai è arrivata lontano, i «Come stai?» si susseguono, alcuni sono così inaspettati che vorrei piangere. Provo a guardare una serie tv, ma mi rendo conto di non averne voglia. Il rumore della pioggia si mischia con quello delle sirene e dell’elicottero che sorvola la zona. Non posso più sentirlo. Metto gli auricolari, seleziono una playlist, canzoni che conosco a memoria, così me le posso cantare in testa. È una stupidaggine e se poi la luce salta di nuovo vale la pena sprecare così la batteria? Sì. Provo a dormire. Niente da fare. Riprendo il cellulare, è tutto un immenso lago, non distinguo una frazione dall’altra, non ci sono punti di riferimento, solo acqua. Quando chiudo gli occhi è mattina, ci pensa la gatta a svegliarmi, lei ha dormito. Afferro il cellulare sperando di vedere il fango, vorrebbe dire che almeno si riparte, e il fango c’è, ma mezza Campi è ancora sott’acqua.
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