Sicurezza
Bimba scomparsa a Firenze, così il “capo” dell'ex Astor preparò il raid: «Aiutatemi a cacciarli»
Una testimone racconta la telefonata di Carlos prima della spedizione punitiva Tra gli autori dell’aggressione, ha detto, c’era anche lo zio della bimba scomparsa
Firenze Nei giorni tra sabato 27 e domenica 28 maggio l’uomo noto come “il capo” dell’Astor, Carlos Martin De La Colina Palomino, di 37 anni, avrebbe fatto telefonate agli altri occupanti per organizzare il raid che poi effettivamente avvenne di lì a poche ore, quando un quarantenne dell’Ecuador si lasciò cadere dal secondo piano dell’ex hotel per sfuggire a una spedizione punitiva. Ciò che accadde in quei frangenti è stato ricostruito dalla squadra mobile – che stava indagando sull’Astor già da prima della scomparsa della piccola Kataleya Alvarez –, anche grazie alla testimonianza di una delle occupanti dell’ex hotel, una cinquantunenne peruviana.
«Sabato o domenica – ha raccontato il 23 giugno scorso, quando è stata sentita dalla polizia – non ricordo esattamente quando, ho ricevuto una telefonata dal signor Carlos. Nella telefonata mi ha chiesto di appoggiarlo nel progetto di cacciare alcuni nostri connazionali che avevano fatto confusione nell’albergo».
Per la spedizione punitiva all’Astor sono stati arrestati quattro uomini, tra cui, oltre a Carlos, anche lo zio di Kata, Argenis Abel Alvarez Vasquez, accusato di essere il braccio destro del “padrone” dell’ex hotel. Per gli inquirenti il raid sarebbe legato al racket delle camere – si doveva cacciare chi non pagava – e soprattutto potrebbe essere collegato al rapimento di Kata, svanita nel nulla il 10 giugno scorso.
Sempre la testimone, racconta quello che successe la sera del 28 maggio: «Appena rientrata all’Astor ho visto circa venti persone che salivano al mio piano», «tra loro ho riconosciuto Carlos e Dominique (così all’Astor veniva chiamato Abel, lo zio di Kata, ndr). «Da dove ero – prosegue – non ho visto che cosa sia accaduto, ma ho udito rumori tipici di colpi contro le porte, e urla del tipo “apri, ora ti caccio via, ora non parli più, ora non urli”». «Dopo un po’ ho sentito urlare “no è caduto”. Non ho neppure capito chi fosse caduto, l’ho scoperto dopo un po’ quando tutti all’improvviso sono scappati». Una testimonianza, finita agli atti dell’inchiesta, che per incastra Carlos, inchiodandolo al suo ruolo di padrone dell’Astor e di organizzatore del raid punitivo. Ma che per altri aspetti potrebbe giovare addirittura alla difesa dell’uomo. Nel racconto della donna infatti non si trova nessun riferimento al racket delle camere, anche se si conferma che Carlos chiedeva del denaro agli occupanti. «Sono a Firenze da circa sette anni, è stata una mia amica a parlarmi dell’Astor e a dirmi che c’era posto anche per me. Per accedere alla struttura non ho pagato nulla». La stanza, spiega poi la cinquantunenne, le era stata ceduta proprio dalla compagna dell’ecuadoregno che si è lanciato dalle finestra la sera del 28 maggio.
«Da quando sono all’Astor – prosegue – solo una volta un uomo peruviano che conosco come “signor Carlos” mi ha chiesto 20 euro per un problema dell’acqua della struttura, denaro che gli davo. Non so perché è stato proprio questo Carlos a chiedermi dei soldi, non ho chiesto spiegazioni a lui. Effettivamente l’acqua non c’era e io ho pagato perché volevo che la mancanza d’acqua venisse risolta. So anche che i soldi sono stati chiesti a tutti gli altri occupanti». Secondo altre testimonianze tuttavia, anch’esse finite agli atti, per poter avere una camera all’Astor si dovevano pagare fino a 1.200 euro.
Carlos, Abel e i loro due connazionali arrestati, tutti difesi dall’avvocato Elisa Baldocci, si trovano nel carcere di Sollicciano. La difesa ha chiesto di attenuare la misura negli arresti domiciliari. La decisione del gip Angelo Antonio Pezzuti è attesa a giorni.l
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