Gioco
Tutti tranne uno: Bruno Neri, il mediano viola che sfidò il fascismo
Morì il 10 luglio 1944 nei boschi di Marradi combattendo da partigiano. Lo scatto simbolo con la Fiorentina: i viola alzano il braccio ma lui no
La prima sventagliata era andata a vuoto. Sapevano tutti che sulla collina da settimane s’aggiravano i tedeschi. Tutti, tranne lui, Bruno Neri. Si era fidato di un ragazzetto. E adesso il Berni era costretto a gridare. A squarciagola, per far credere al nemico che sarebbero arrivati i rinforzi, che lui e Vittorio non erano davvero saliti all’eremo da soli, senza una retroguardia. S’era gettato a terra, coperto appena da un poggio brullo, proprio sotto i muretti del cimitero. Ansimante. Il mitra ancora a tracolla. Lo scarpone troppo largo, floscio sul piede. Legava gli stivali con i lacci delle scarpette che aveva nel Toro, quelli dell’ultimo campionato. Uno s’era strappato, e l’aveva fatto scivolare. Una fitta alla coscia, stringeva il pugno per sopportare il dolore. E ora, mentre gridava contro le truppe di Hitler, gli tornava in mente la mattina del 30 settembre 1931. Firenze, Fiorentina-Montevarchi, battesimo in serie A.
La foto nella storia
Lui in fila a metà campo con i compagni e gli avversari. Anche il gesto di dodici anni prima era stato un urlo. Uno scoppio nella disciplinata armonia della propaganda di regime. Una mossa clamorosa, un azzardo, un fragoroso silenzio. La rinuncia trasformata in una prodezza morale. Politica. Non un gol, non uno dei suoi scatti da mediano. Anzi, il rifiuto dell’azione, l’immobilità contrapposta alla retorica futurista. Il suo braccio stretto al fianco, che non si alza nel saluto romano. Tutti con l’arto teso. Tutti tranne uno. Tutti tranne Bruno Neri. Non una piega di nervosismo sul volto, quasi un accenno di sorriso. Lui lì, ritto. Solo quel pugno chiuso. La mano che si ribella, combatte, rigetta l’allineamento, l’ordine fascista. No, non è il segno di una rivolta costante, progettuale. «Ci sono altri scatti che lo ritraggono con la mano verso il cielo, ma il saluto romano è sempre tiepido, il braccio flesso, impiegatizio. Bruno Neri è sempre stato ostile al fascismo», ha raccontato il nipote Italo Neri. Bruno non era un uomo qualunque né quello era stato un giorno qualunque. Davanti alle squadre schierate c’è tutto lo stato maggiore dei gerarchi fascisti. Lo stadio ideato da Pier Luigi Nervi non è ancora completato. Nella foto, alle spalle dei calciatori, si vede la Maratona senza la torre. È un esempio perfetto di razionalismo, così l’ha voluto il marchese Luigi Ridolfi, mecenate e gerarca. Un’arena del calcio a forma di D. Lo stadio – che nel dopoguerra prenderà il nome di Artemio Franchi – viene intitolato a Giovanni Berta. Un giovane squadrista ucciso nel 1921, glorificato come «martire». Berta era stato pugnalato da un gruppo di comunisti su un ponte e buttato in Arno. La vendetta per la morte di Spartaco Lavagnini, trucidato il giorno prima durante un’irruzione di una squadraccia in via Taddea. Le camicie nere spararono quattro colpi, due alla testa, uno al petto, l’ultimo alla schiena, quando era già a terra. Quando la libertà era già ammutolita. Come muto è il gesto di Neri.
Il mediano che legge poesie
È una fotografia depositata nella memoria collettiva, un guizzo nella storia infinita dell’Italia prerepubblicana. Pensarla oggi sarebbe impossibile. Ora, a due passi dall’eremo di Gamogna, Neri la ricordava quasi come uno dei suoi gesti più sconsiderati. Una pallottola l’aveva sfiorato ma rideva. Gridava e rideva. Era stato coraggioso. Lui, che era un tipo mite, riflessivo, mai un eccesso. Sapeva che non avrebbero potuto punirlo, non con una penitenza plateale. Ma sapeva che avrebbe pagato. Bruno Neri era il prototipo dello sportivo del Ventennio, amato dal pubblico, un campione, stimato perfino da Mussolini. Un metro e settanta, 70 chili. Veloce, tanto fiato. Nell’epoca in cui domina la forza fisica e anche gli attaccanti calciano con lo spunta erba, la punta degli scarponcini rinforzata, lui accarezza il pallone di cuoio e legacci, gioca con eleganza e raffinatezza. Corre, si sacrifica, scandisce i tempi della squadra, suona la melodia del gioco. Arrestarlo, cacciarlo, punirlo non conviene al regime. E quella foto diventa storia al di là della messa in scena, oltre le intenzioni del fotografo. Bruno è una statua; sono l’errore, la lacuna, il braccio che manca a trasformare i suoi 21 anni adulti nell’immagine di un’epica che anni dopo si sarebbe realizzata nei boschi dell’Appennino. È un ragazzo, fra i suoi tifosi c’è pure il Duce, a cui piace quel centrocampista, romagnolo come lui. Anche se non ha nulla che gli somigli. Neri era nato a Faenza nel 1910, studia arte, legge poesie e gioca a pallone, a 16 anni è titolare in serie B, a 19 lo compra la Fiorentina per 10mila lire (un sacco di soldi, allora).
La punizione del regime
Lo vuole anche Pozzo in Nazionale. «Neri imposta magnificamente l’azione che sviluppa Meazza, Ferrari, Piola», scrive la Gazzetta dello sport nella cronaca della partita d’esordio contro la Svizzera (4-2). Di presenze ne collezionerà solo tre, i Mondiali gli saranno preclusi. Silenzioso, il regime alla fine lo punirà davvero. Nel ’36 va a Lucca, dove lo chiama il tecnico danubiano Ernest Erbstein, che si porterà Bruno anche al Torino. Lì, il cugino Virgilio, intellettuale, gli farà conoscere Giovanni Gronchi, don Sturzo, Ugo La Malfa. E del resto, negli anni fiorentini, bazzicava le Giubbe Rosse, gli artisti e i letterati del caffè. Non era un calciatore qualunque, Bruno Neri, un uomo come gli altri. Anche Lungo Po frequenta giornalisti e scrittori, i giocatori più interessati alla politica, alla vita del Paese.
Sulla Linea Gotica
E ora che era lì, seduto sul sentiero per l’eremo, pochi chilometri da Marradi, ripensava alla sua carriera, chiusa dopo 219 presenze in A nel 1941. Era stato suo cugino Virgilio ad avvicinarlo agli ambienti antifascisti, lui a introdurlo alla Resistenza, a condurlo quassù, sui monti, col battaglione Ravenna, il gruppo radio Zelda guidato da Vittorio Bellenghi. «Berni», il nome di battaglia di Bruno, non aveva esitato ad entrare in questa formazione strana, senza un’impronta politica, un unicum nel Cln, composta di socialisti, comunisti, cattolici, azionisti, un amalgama di modi diversi di concepire il mondo ma uno solo con cui cercare la libertà. A maggio 1944 l’ultima partita col suo Faenza, che era tornato ad allenare. Era stato in Sicilia allo sbarco degli alleati, dopo l’armistizio era ripartito per l’Appennino. L’avevano fatto vicecomandante.
Il martirio all’eremo
L’alba del 10 luglio non doveva essere neanche troppo speciale. Berni e «Nico», questo il nome da partigiano di Vittorio Bellenghi, si erano incamminati per Gamogna, pochi chilometri dalla Linea Gotica. Destinazione: monte Lavane, dove il 17 luglio era fissato un avio lancio degli inglesi. Armi ai partigiani, gettavano armi e viveri e materiale a chi combatteva gli invasori. Sarebbero dovuti arrivare in anticipo per preparare la zona, stavano perlustrando il crinale per capire se il battaglione avrebbe potuto attraversare il passo. Alla scena assisté solo un ragazzo di 14 anni, unico testimone, atterrito, nascosto dietro un albero. Non ci fu tempo per reagire. Gli Sten rimasero a tracolla. Si sentì la raffica delle Mauser tedesche. Nel campo visivo di Bruno erano già sbucati dalla boscaglia i mattoni della cascina e il piccolo campanile dell’eremo. La seconda sventagliata lì colpì entrambi. Nessuno ha ancora capito perché fossero saliti da soli, lui, e soprattutto Bellenghi, uno esperto, che aveva combattuto in Jugoslavia. «Li hanno traditi, un ragazzo della zona aveva fornito un’informazione sbagliata dicendo che i nazisti se ne erano andati», racconterà il nipote Italo Neri. Due pallottole avevano appena raggiunto Bruno, il calciatore e partigiano. Pensò di nuovo a quel giorno, allo stadio Berta. Al coraggio matto mostrato con quella rinuncia, quell’infinito gesto di sfida. Un garofano di sangue, o forse un giglio, gli si stava allargando sul petto. Era tornato il silenzio. Alzò il braccio, questa volta sì. Il pugno chiuso. Il saluto della libertà.
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