Il Tirreno

Firenze

Il commento

L’egemonia culturale del tempo libero: quella generazione rivoluzionaria che in Italia non ha interpreti politici

di Mario Neri

	Foto d'archivio
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Foto d'archivio

Sono i ventenni che hanno interiorizzato la precarietà, non la combattono più perché la ritengono connaturata alla forma sociale propria delle democrazie moderne: chiedono tempo libero, preferiscono la vita alla fatica

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Non ha un manifesto politico, né un leader che ne interpreti le istanze, né una qualche forma di organizzazione. Eppure c’è una rivoluzione sotterranea e capillare che si sta propagando fra i nostri ragazzi, i più giovani, gli “scansafatiche”, come li definisce la retorica sbrigativa degli imprenditori meno illuminati, che si lamentano di chi a vent’anni rifiuta offerte di impiego spesso malpagate e instabili. Ma è solo una parte della verità. C’è una realtà che la sinistra sembra ancora non aver intercettato. Non quella italiana, almeno. «Ma lo sai che vengono ai colloqui, offro loro un buono stipendio ma a patto che diano tutto per l’azienda, invece mi fermano subito: preferisco guadagnare meno ma avere tempo libero, mi dicono».

Lo sento raccontare da tantissimi manager, amministratori delegati, chef, architetti. Bravi, corretti, rispettosi delle leggi e dei diritti. Eppure, i ragazzi li sorprendono. Sono i ventenni che hanno interiorizzato la precarietà, non la combattono più perché la ritengono connaturata alla forma sociale propria delle democrazie moderne, non vogliono superarla, ma scansarla, limitarne gli effetti deteriori; non la ripudiano, la marginalizzano, relegando il lavoro a uno dei tanti elementi della propria affermazione vitale. Chiedono tempo libero, preferiscono la vita alla fatica. Che vi piaccia o no, la generazione Z sta sovvertendo il canone costituzionale dell’autodeterminazione.

Ci hanno cresciuto per 77 anni nella Repubblica «fondata sul lavoro», che attribuisce ad ogni cittadino il «dovere» di svolgere un’attività. Ci hanno cresciuto nella società dei consumi e ci siamo cresciuti pensando che l’unico modo per scalarla fosse la produttività, che il nostro appagamento esistenziale potesse riflettersi nella carriera, che perfino le nostre passioni e il nostro talento dovessero estrinsecarsi attraverso un vitalismo e una corsa inesauribile nel tempo-del-lavoro. Ecco, questa generazione vuole che a prevalere sia il tempo-del-non-lavoro, si sta facendo interprete di un “malessere della civiltà”, vuole riscrivere i principi cardine dello Stato. In Italia è una pratica senza agenda politica. Sebbene sia ormai un desiderio diffuso, nessuno ne ha fatto un manifesto. Segno di quanto alberghi fra questi ragazzi la sfiducia verso la classe dirigente. È colpa nostra, perché è il mondo del precariato che abbiamo preparato per loro, ma a differenza di noi non ne vogliono un altro. Questo mondo gli basterebbe. Se solo avessero il tempo di goderselo.

Nella società della sovrabbondanza, la loro angoscia è un’agenda piena, non lo stomaco vuoto. C’è un solo partito che dia voce a questa malattia civile, quello di Jean-Luc Mélenchon in Francia. Che riempie le piazze gridando alla gente che non si può difendere solo il diritto a godere «di una pausa della nostra esistenza» (la pensione), e che il tempo della vita che conta non è solo quello “socialmente utile” passato a produrre, ma anche «il tempo libero, per leggere, prendersi cura dei cari, per oziare perfino». In una parola: vivere. Mélenchon sa bene che “i l popolo” è diventato una minoranza, domina il partito del benessere. In Italia saranno questi ragazzi, dal basso, a imporre un’egemonia culturale. Saranno milioni. E certo, la sinistra, se vuole darsi una chance, deve continuare a rispondere a chi non ce la fa, ma anche a questa indigenza di tempo. E cominciare a onorare il primo maggio anche come la “festa del non-lavoro”. Serve un programma, non un’armocromista.

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