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Cultura

Siamo tutti astronauti, a Palazzo Strozzi una mostra “spaziale”

di Sabrina Carollo
Siamo tutti astronauti, a Palazzo Strozzi una mostra “spaziale”

Da Cattelan alla Sherman, percorso di 70 opere

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Sarà che quello di fare l’astronauta è un sogno comune tra i bambini, ma la mostra "Reaching for the stars. Da Maurizio Cattelan a Lynette Yadom-Boakye" aperta a palazzo Strozzi di Firenze da domani fino al 18 giugno possiede il dono di una giocosità e una leggerezza calviniana che solo la migliore arte contemporanea sa offrire. Colorata, pop, sorprendente, grazie a un allestimento sapiente che ne esalta ogni singola opera creando un percorso virtuoso e coerente, l’esposizione è capace di affrontare temi delicati, dolorosi, perfino spaventosi, con il sorriso sulle labbra e l’ironia che è propria di artisti di spessore, da Cerith Wyn Evans a Lara Favaretto, da Maurizio Cattelan a Barbara Kruger, passando per Rosemarie Trockel e Giulia Cenci e naturalmente per Goshka Macuga, il cui enorme razzo in rampa di lancio domina il cortile del palazzo. Sono oltre 70 i lavori esposti, di artisti di primo piano nazionali e internazionali collezionati dall’appassionata mecenate Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che da quando ha scoperto l’arte contemporanea nei primi anni novanta, a Londra, non ha smesso di acquistarla, creando una collezione impressionante per volumi e qualità, che ama condividere in tre sedi espositive e con iniziative come quella organizzata dal direttore di Strozzi e curatore dell’esposizione Arturo Galansino. «Si tratta di un viaggio intergalattico attraverso trent’anni di produzione d’arte con un’astronauta speciale, una delle grandi mecenate del nostro tempo - commenta Galansino - che quindi qui a Firenze trova il luogo perfetto per la sua celebrazione. Dovendo scegliere da una collezione così ampia abbiamo selezionato ragionando principalmente sulla base dei temi, a prescindere da alcuni cardini incontrovertibili». «Le opere esposte parlano del nostro tempo: democrazia, diritto di cittadinanza e di genere, le questioni legate alla decolonizzazione, il superamento del pensiero binario, l’ambiente, la sostenibilità, l’inclusione, il disagio digitale», ha dichiarato Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. «La mostra parte dai primi lavori che ho acquistato da artisti miei coetanei per arrivare alle produzioni delle nuove generazioni, che negli anni Novanta ci sono nati». E quindi quel razzo missile di quindici metri di altezza, realizzato site specific da Macuga al centro del rinascimentale palazzo Strozzi ci proietta tra le stelle della mostra che sono metafora della grandezza degli artisti esposti ma anche dell’orizzonte del pensiero contemporaneo, della capacità di sperimentazione e della fame di grandi sogni delle nuove generazioni. Articolato in nove sezioni, il percorso comincia con la sala "God save the Queen", dove viene raccontata la nascita della collezione nella Londra underground che dominava il mondo dell’arte negli anni ’90 con Damien Hirst, Anish Kapoor e Sarah Lucas, per passare alla sezione "Art matters", in cui si gioca le nuvole di schiuma create dal macchinario di David Medalla; la sala "Made in Italy" è forse una delle più spettacolari e inquietanti, dominata dal grande orso polare giallo pulcino di Paola Pivi e dal turbinio delle spazzole da autolavaggio di Lara Favaretto, ma anche dall’autoritratto tridimensionale iperrealista di Cattelan e dal suo celeberrimo scoiattolo suicida; in "Identities" sono i lavori iconici di Cindy Sherman e Shirin Neshat a catalizzare l’attenzione accanto all’opera amara di Josh Kline, per proseguire con la sezione "Places" e quindi "Bodies", dove il corpo umano diventa strumento narrativo per Michael Armitage, Charles Ray, Mark Manders e altri. E ancora le figure che popolano la sala dedicata alle "Mythologies", con la sirena di Thomas Schütte, per concludere con la sezione "Abstractions". Infine l’area della Strozzina, dedicata ai lavori dei più giovani definiti da Galansino «quelle che saranno le nuove stelle fisse dell’arte», con l’ipnotico lavoro di Kjartansson o quello di Douglas Gordon.

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