Sicurezza
Un Festival che dal palco libera le parole
Sanremo, che piaccia o no, è lo specchio della nostra Italia con le sue contraddizioni
Era il 1980 che con lo Studio Bilbò arrivai al Festival di Sanremo. Per anni collegato alle radio private. Il mio intervento era in diretta, a seguire le registrazioni delle interviste fatte con un aggeggio, collegato al telefono di bachelite grigio al quale le radio, all’orario stabilito, chiamavano per collegarsi. Un lavoro complesso, ma divertente per noi, tutti diplomati in alta tecnologia artigianale.
Da allora molto, se non tutto, è cambiato, ma Sanremo mi è rimasto attaccato e continuo a seguirlo, come un film gia visto. Mi diverto ed ogni anno pronostico in una busta il vincitore e quest’anno era Mengoni. Ma anche voi avrete scritto del Festival nei vostri social, ne avrete parlato in ufficio, a scuola oppure in treno.
Anche ad alcuni di voi, come è successo a me, sarà capitato di addormentarvi e magari risvegliarvi sentendo una popolare canzone dalla voce del Gianni Morandi o, dalle cronache dei media, quel maleducato Blanco che distrugge un palco di fiori, proprio il simbolo di quell’economia sanremese che con Amilcare Rambaldi aveva fatto nascere il Festival. E potremmo proseguire con il presentatore Ama, ma anche Deus, e anche ex machina, o con la portatrice sobria, si fa per dire, di moda prêt-à-porter. E ancora, il rapper di casa Ferragnez con il di lui dissing. Su tutti, in ogni caso, Gianni nazionale, che scopa in mano, spazza via ciò che può rovinare il valore e la cultura della musica.
Che piaccia o no, Sanremo è lo specchio della nostra Italia, con tutte le sue contraddizioni, con tutto il suo buono e il suo, tanto, meno buono.
Il riflesso di una storia e di un genio straordinario, anche musicale, accanto alla pochezza di chi svende un patrimonio artistico culturale ai dati Auditel, alle carriere, alla politica. Mi piace ricordare con nostalgia, mentre scrivo alla vigilia dei risultati, il modo in cui, la domenica mattina, concludevo i miei collegamenti sui vincitori del Festival, salutando ogni anno quella che era stata, per noi, l’edizione più straordinaria, con le canzoni più belle e gli ospiti più prestigiosi!
Ma Sanremo, anche questa volta, è il palco che parla di pace e di diritti, che fa discutere su Zelensky. Che racconta storie di umanità e non di razze e che parla al figlio mai nato. Che pronuncia parole di dolore contro un regime che in Iran reprime e uccide.
Il Festival che ricorda le Foibe e cantanti che invocano “Giorgia legalizza la maria”, pure il bacio a Fedez. Anche il palco che libera le parole chiuse nelle celle di un carcere per spiegare a un noto magistrato che prevenzione e rieducazione sono più utili della repressione.
“Se non faremo in modo che un giovane, quando esce dal carcere, sia migliore di come è entrato, sarà un fallimento per tutti”.
Che poi è una frase bella e, forse, vale anche per chi finisce, in una lunga notte, ad ascoltare il Festival di Sanremo.
enzobrogi@altredirezioni.it
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