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Leggere per non dimenticare: l’intervista a Cosima Buccoliero, direttrice di un carcere moderno e autrice di “Senza Sbarre”
«Dobbiamo avere più attenzione per gli interventi di formazione – afferma la scrittrice - I problemi che affrontiamo non sono di delinquenza ma sociali, che derivano dalla grande sperequazione che le persone affrontano. Quello che cerco di fare è mettere a servizio della comunità la mia esperienza di amministratore»
Quello di Cosima Buccoliero, direttrice di carcere che a Milano ha sviluppato un modello organizzativo che ha dato ottimi risultati, è un libro che tutti dovrebbero leggere. Innanzitutto perché parla di qualcosa che cerchiamo di dimenticare e che invece è importante conoscere, ovvero la vita in un luogo dove la sofferenza si dovrebbe trasformare in un percorso di consapevolezza e recupero a una vita giusta. Ma soprattutto perché guardare con compassione - nel senso etimologico del termine - i carcerati e capire che una persona non coincide con il suo errore, grande o piccolo che sia, è un insegnamento etico e filosofico alla base del vivere civile. Il saggio, scritto a quattro mani con Serena Uccello, si intitola “Senza sbarre”; l’autrice lo presenta questa sera alle Oblate. Come nasce il libro? «In realtà mi è stato chiesto da Einaudi: la mia esperienza a Bollate si era conclusa da poco, dopo tanti anni, ho pensato che potesse essere utile far conoscere meglio la realtà carceraria, che troppo spesso viene raccontata solo quanto avviene qualcosa di clamoroso. Il mio intento è invece quello di far conoscere la quotidianità del carcere e le persone che la vivono. Con Serena Uccello la sintonia è stata immediata, ha dato il ritmo giusto alla narrazione e in poco meno di un anno abbiamo scritto il testo» Il suo sguardo verso i detenuti è molto umano: è qualcosa che le appartiene da sempre o l’ha sviluppato facendo questo mestiere? «È la conoscenza delle storie e delle persone che mi ha portato a sviluppare empatia nei loro confronti. Un atteggiamento che ora cerco di avere con chiunque. Le persone in carcere sono state indubbiamente condannate per un reato che hanno commesso, ma non sono solo quello. Noi dobbiamo partire da tutto il resto di ciò che sono, se non vogliamo perderle» Quando parla delle madri in carcere, spiega la grande fatica che fanno ad affrontare due percorsi impegnativi, quello della maternità e quello del recupero. Com'è la situazione ora? «Purtroppo non sta cambiando, nonostante i proclami “mai più bambini in carcere”. Dopo la pandemia sono sicuramente meno, ma non c’è stato ancora un grande passo avanti. Vivere la maternità in carcere è decisamente complicato» Colpisce molto quando scrive di come l’integrazione di una comunità straniera sia inversamente proporzionale al numero dei carcerati. Un problema sociale prima ancora che carcerario. E che in carcere sono gli ultimi degli ultimi. «Assolutamente sì. Sono le persone più disagiate, che fanno fino all’ultimo giorno di pena e quando escono si ritrovano in una situazione anche peggiore di quella rispetto a quando sono entrati. Individui di grande fragilità, che generalmente non hanno la possibilità di uscire per scontare in comunità il residuo di pena, senza riferimenti, senza supporto. Spesso anche senza documenti, cosa che impedisce loro di trovare lavoro. Questo porta inevitabilmente a una recidiva alta. Il carcere non è la risposta adatta» Dal libro emerge forte come il concetto di comunità, sia dentro che fuori, sia fondamentale per arginare il problema dell’illegalità. Per questo ha deciso di candidarsi in Lombardia nelle liste del PD? «Dobbiamo avere più attenzione per gli interventi di formazione. I problemi che affrontiamo non sono di delinquenza ma sociali, che derivano dalla grande sperequazione che le persone affrontano. Quello che cerco di fare è mettere a servizio della comunità la mia esperienza di amministratore» Nel nuovo carcere, a Torino, riesce ad applicare le condizioni che l’hanno portata a fare di Bollate un carcere modello? «Qui abbiamo oltre il 70% di persone straniere, e con loro si fa più fatica ad attivare percorsi di avviamento al lavoro. C’è un povertà impressionante, sicuramente non è possibile replicare in toto il sistema. Tuttavia abbiamo cercato da subito di avviare una serie di progetti utili sia durante la permanenza dei carcerati che fuori - il momento peggiore, quando si ritrovano completamente da soli e senza risorse» In quanti la seguono in questo percorso sulle carceri? «Credo che ci sia una maggiore attenzione a questi temi rispetto al passato, ma c’è ancora tanto da fare, a partire da un’analisi seria del sistema. Il carcere ha una recidiva altissima, quasi il 70%: così non funziona. È di pochi giorni fa un articolo in cui si spiegava come invece la recidiva dei detenuti che lavorano è attorno al 2%, praticamente fisiologica. Per fare in modo che il carcere funzioni abbiamo bisogno di creare opportunità, in collaborazione con la comunità: imprenditori, forze sane della città collaborino con il carcere, mettano alla prova le persone detenute, sia all’interno che fuori» Un tema molto delicato è quello del personale di custodia che picchia i carcerati. Come evitare queste situazioni? «Abbiamo bisogno di interventi sugli operatori. Serve personale specializzato, non ci si può improvvisare in questo ambito: i detenuti molto spesso sono in carico solo al personale di polizia penitenziaria perché educatori, psicologi e servizio sanitario non sono sufficienti. Abbiamo sempre più spesso a che fare con persone disturbate, con fragilità che noi non riusciamo a gestire. Questo aggrava il carico del personale di polizia. Non è una giustificazione, sia chiaro, anche solo un caso sarebbe di troppo» La recente fuga dei minorenni a Milano: molti di questi ragazzi potrebbero stare fuori dal carcere. Siamo messi così male? «Si purtroppo. I minori con fragilità di tipo psichiatrico e psicologico sono in aumento e le comunità educative non sono in grado di accoglierli. Questi ragazzi hanno bisogno di interventi importanti e il carcere non fa che peggiorare la loro condizione. Stiamo parlando di un numero molto piccolo: in tutta Italia i minorenni in carcere sono meno di quattrocento, non è possibile che non si riesca a fare una riflessione seria a riguardo. Cresce il numero di minori non accompagnati, che hanno subito violenze, senza nessun riferimento familiare. Va cambiato il modello, si tratta di programmi complessi che vanno preparati» Probabilmente il costo di una gestione sociale sarebbe inferiore a quello carcerario. «Penso che si risparmierebbero tanti soldi se si chiudessero le carceri minorili e le stesse risorse potrebbero essere investite meglio in misure più efficaci. Ma noi continuiamo a fronteggiare il qui e ora senza pianificazione» Alcuni dei suoi dei suoi detenuti hanno letto il libro? «Tantissimi, mi hanno scritto. Ho avuto un ottimo feedback»
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