Il Tirreno

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La storia

Porro, il soccorritore fiorentino che salva vite sulla Ocean Viking: «Così abbiamo trovato quei bimbi la notte di Capodanno»

di Enzo Brogi
Porro sulla Ocean Viking e quando era alla Cri
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Porro sulla Ocean Viking e quando era alla Cri

Alessandro fino a qualche anno fa era nella Croce rossa di Bagno a Ripoli. «Vi racconto come abbiamo trovato i 113 soccorsi in mare. Vedevamo le teste e i fagotti tenuti in alto, lontani dalle onde»

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La Croce Rossa di Bagno a Ripoli, il Mediterraneo e la Ocean Viking, Ravenna. Tappe incancellabili nell’impegno civile di Alessandro Porro, Presidente di SOS Mediteranée, organizzazione umanitaria che ha come obiettivo la conduzione di operazioni di ricerca e soccorso nel mar Mediterraneo. Un viaggio lungo e complicato assai tra gommoni, sbarchi, naufraghi, vittime. La gioia della vita salvata, il pianto per chi non ce l’ha fatta. Quante storie nella testa e nel cuore di Alessandro, partito da Bagno a Ripoli.

Pochi giorni fa, con la Ocean Viking, lo sbarco salvifico di 113 sopravvissuti, la popolazione di un gommone nero trovato di notte al confine fra Malta e la Libia. Centotredici è un numero che non vuol dire niente, bisogna vedere, annusare, tendere mani e ascoltare storie. Storie di donne violentate, di ragazzi minorenni in viaggio da soli attraverso il deserto, di neonati con solo due settimane di vita, di adulti in fuga.

Il porto è quello di Ravenna, terra promessa assegnata con una telefonata della guardia costiera, novecento miglia più a nord dal punto del salvataggio. Milleottocento chilometri, la distanza fra Venezia e Kiev, quattro giorni di navigazione per portare in salvo delle vite. «Trovarli, in una notte senza luna, non è stato facile – racconta Porro – sono apparsi ai nostri occhi come un puntino chiaro nel mezzo del visore a infrarossi. Appena il nostro faro ha illuminato quel canotto tenuto assieme da tavole di legno e bulloni, abbiamo visto tante teste e dei fagotti tenuti più in alto. Ogni fagotto un bambino, nel gesto di mettere in alto la speranza di portarlo in salvo».

Piangevano l’altro gommone partito dalla Libia con amici e parenti, di cui si era perso traccia. Quelli della Ocean Viking provano a cercarlo ma non ci riescono. «Un ago nel pagliaio non è nulla se la paglia è mezzo milione di chilometri quadrati di buio», è il commento sconfortato di Porro. Ravenna è novecento miglia più a nord. Abituati a settimane di attesa, prima di poter sbarcare, questa volta vengono sorpresi dalla velocità delle autorità italiane nell’assegnare un porto, ma il un prezzo è quello di dover lasciare subito la zona di ricerca e dirigersi così a nord. Una mail della guardia costiera ha seguito di pochi minuti la telefonata, scritta tutto in maiuscolo, dicendo di andare via immediatamente. Prima a La Spezia, poi una correzione, dopo due ore, indicava Ravenna. Qualche giorno dopo si viene a sapere anche di altri casi aperti: il gergo dei soccorritori per dire altre barche alla deriva, perdute, con naufraghi in pericolo.

I quattro giorni di navigazione hanno dato il tempo di ascoltare storie pesanti, di fratelli morti in mare e di violenze. «Non indugio sui dettagli – spiega Porro – ormai, in questa Italia distratta non interessano a nessuno, ma noi soccorritori, e i giornalisti imbarcati con noi, siamo custodi di una normalità fatta di abuso e di umiliazione». E i dettagli, quando vengono invitati a parlare, nelle scuole e nelle università, ovunque sia rimasta una traccia di umana empatia, li raccontano eccome. Come la mostra di disegni, appena donata alla nave dall’illustratore dei diritti umani Gianluca Costantini.

È la notte di Capodanno e Ravenna li accoglie con generosità. Sul molo trovano tanti volontari pieni di striscioni e tutto il personale in servizio si sta spendendo più del dovuto per lo sbarco dei centotredici sconosciuti proprio poche ore prima del cenone. Una bella scocciatura, avrà pensato qualcuno, ma senza farlo pesare. Porro accompagna alcuni dei pazienti in ospedale, hanno bisogno di cure urgenti, ambulanze e tutto il resto.

Sulla Ocean Viking non c’è stato il tempo di festeggiare. Per poter ripartire al più presto si è dovuto pulire subito la nave, fare provviste e ricomporre l’assetto di quella meravigliosa ambulanza del mare. Solo la sera del primo gennaio si è riusciti a cenare tutti assieme fra amici e colleghi che erano sulla nave, ma con turni diversi. Sembra incredibile, ma è possibile non vedere il proprio compagno di stanza nel ridotto spazio dei settanta metri della nave, tanto c’è da fare.

Adesso vi è anche la preoccupazione per il nuovo decreto del governo che introduce norme più stringenti per i soccorsi in mare delle Ong. Ma Porro continua a preoccuparsi più per chi deve essere comunque salvato.

Quando chiamo Alessandro al telefono mi dice che sono in piedi dall’alba e che ci sono nuovi disperati da salvare. Saranno accolti al porto di Ancona. Non ha tempo e dal ponte della Ocean Viking arrivano parole confuse, piene di vento, disturbate e sovrastate dai rumori delle onde. Mi bastano per capire, per immaginare che in quel mare che fu di Ulisse, e dove ora l’Africa muore, non c’è tempo da perdere. Dopo Gheddafi e le primavere arabe in migliaia hanno preso il mare alla ricerca delle coste europee. Sfruttati da scafisti al soldo delle organizzazioni criminali si avventurano in viaggi che troppo spesso si trasformano in tragedia. Alessandro ha drammaticamente chiaro tutto questo. Di fronte a Otranto, mare grosso e gommoni in acqua, riprende con gli altri ad esercitarsi fra le onde. Guardando ancora sud, un sud carico di vite umane, di disperazione e di speranze.

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