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Firenze

Lavoro

Ex Gkn, c’è la svolta sugli stipendi: il giudice dà ragione a tre operai

di Valentina Tisi
Un presidio di fronte alla fabbrica
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Un presidio di fronte alla fabbrica

Qf dovrà pagare le mensilità arretrate del 2022. In caso contrario rischia i pignoramenti. E ora scatterà la valanga di ricorsi

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CAMPI BISENZIO. Qf dovrà pagare gli stipendi arretrati. Il Tribunale del lavoro di Firenze ha accolto i ricorsi per tre decreti ingiuntivi “pilota” presentati dagli operai ex Gkn in collaborazione con il collettivo di fabbrica e la Rsu per il mancato pagamento dello stipendio di ottobre. Un primo passo che potrebbe abbattersi come un terremoto sull’azienda in caso i lavoratori decidessero di proseguire su questa via e il fronte si dovesse ampliare fino a raggiungere importi ben più consistenti.

Con i decreti ingiuntivi il tribunale ha ordinano di sanare la vicenda attraverso il pagamento degli stipendi, in caso di mancato rispetto della sentenza il rischio per l’azienda potrebbe essere anche quello del pignoramento. «Questi decreti sanciscono al momento una cosa basilare – commenta il collettivo dalla sua pagina Facebook – il contratto a tempo indeterminato in assenza di valide ragioni deve essere pienamente retribuito».

Nel mese di ottobre Qf non aveva anticipato il trattamento di Cig ai lavoratori, da allora gli opera della ex Gkn sono rimasti senza stipendio, al mancato pagamento di ottobre si è aggiunto così anche quello di novembre. Con la sentenza i lavoratori hanno affermato un principio: sta a loro adesso decidere se continuare su questa strada. «Riteniamo in mora l’intero reddito da gennaio 2022 – specifica il collettivo – Qf paghi immediatamente tutto ciò che è dovuto, a partire dalle spettanze arretrate di ottobre, novembre, premio di risultato fisso, ferie, malattie, contributi Inps, contributi Cometa, tredicesima. L’8 di gennaio paghi le spettanze di dicembre». I decreti ingiuntivi arrivano dopo un periodo di forti tensioni tra proprietà e lavoratori.

«Da marzo – precisa il collettivo – Qf ha prorogato unilateralmente la cassa integrazione ordinaria. Se il ministero del Lavoro vorrà intervenire concedendo una cassa integrazione in deroga e retroattiva, lo farà in piena autonomia, prendendosi la gravissima responsabilità di decurtare a posteriori il nostro stipendio, usando i soldi pubblici, dell’Inps». Una situazione ulteriormente inasprita nell’ultimo periodo come emerge dalle parole dei lavoratori «Questi tre mesi di mancato pagamento di stipendi, ferie, pdr, mancanze contributive, di evidente confusione sull’ammortizzatore sociale, su concetti come l’agibilità dello stabilimento, accordo di sviluppo, consorzio, il totale caos comunicativo, la mancata presenza dell’azienda agli incontri regionali, i comunicati via Telegram o mail a scavalcare la rappresentanza sindacale, hanno funzionato sostanzialmente come licenziamenti di fatto».

Un lento logoramento secondo il collettivo che chiama in causa anche la politica. «Ancora una volta un pezzo importante della politica ha balbettato o è stato alla finestra. Il collettivo di fabbrica ha presentato un proprio piano industriale. Chiede che sia messo a verifica. Si colleghi semmai la cassa integrazione, d’ora in poi, non retroattiva, a quel piano industriale e all’intervento pubblico. Lo Stato, la Regione, Invitalia, il ministero dello Sviluppo economico, Cassa depositi e prestiti intervengano».

Sulla vicenda interviene anche il parlamentare di Alleanza verdi sinistra, Marco Grimaldi, secondo cui altri 15 ricorsi analoghi sono pendenti: «Ai lavoratori e alle lavoratrici sia corrisposto quanto spetta. Sono stati pagati al 75% della retribuzione senza che fosse mai stata autorizzata da Inps la cassa integrazione ordinaria o straordinaria. Oltretutto, azienda e sindacati avevano firmato un accordo in cui il datore si impegnava ad anticipare sempre la cassa rispetto all’Inps. Siamo di fronte a una decurtazione illegittima del 25% per 9 mensilità, il Mise intervenga pretendendo chiarezza».
 

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