Toscana
Georgofili, s’indaga sull’esplosivo: nuove verifiche sulla deflagrazione
Firenze, la mossa della procura dopo le conclusioni della commissione antimafia
FIRENZE. La procura di Firenze, titolare dell’inchiesta sulle stragi, avvierà indagini supplementari in relazione all’esplosivo impiegato per l’attentato dei Georgofili della notte tra il 26 e il 27 maggio 1993. Si tratterebbe quasi di un atto dovuto, dopo le conclusioni a cui è pervenuta la commissione parlamentare della scorsa legislatura sui fenomeni delle mafie. La relazione finale dei lavori non è ancora stata diffusa ufficialmente, ma i contenuti sono ampiamente emersi nei mesi scorsi. Uno dei punti centrali è proprio quello relativo all’esplosivo. Quello portato da Cosa nostra non sarebbe stato sufficiente a creare la distruzione che fu prodotta nel capoluogo toscano. Qualcuno, si legge nella bozza della relazione conclusiva, avrebbe aggiunto sul Fiat Fiorino parcheggiato in via dei Georgofili una potente carica di esplosivo militare. Alla luce di queste indicazioni, i procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli sarebbero pronti ad avviare verifiche mirate sul materiale impiegato per la strage che costò la vita a cinque persone, tra cui due bimbe. Non sarebbe esclusa neppure la nomina di consulenti per effettuare nuovamente uno studio sull’entità della deflagrazione.
Secondo quanto riportato nella bozza della relazione finale, l’audizione di Gianni Giulio Vadalà, dirigente della polizia scientifica e consulente della procura all’epoca dei fatti, «ha consentito di acquisire la consapevolezza che l’esplosivo “siciliano” derivato dalla lavorazione del tritolo ricavato da mine ripescate dal mare (che costituì una specie di firma degli attentatori siciliani), non avrebbe prodotto le conseguenze devastanti (anche in termini di vite umane) dell’esplosione avvenuta nel centro di Firenze». «L’esplosione – prosegue la relazione – fu determinata proprio dagli agghiaccianti effetti riconducibili agli oltre cento chilogrammi di esplosivo ad alto potenziale prettamente militare (la carica totale venne calcolata in circa duecentocinquanta chilogrammi) che, evidentemente, esplose unitamente al tritolo dei siciliani».
Una circostanza che ha indotto la commissione antimafia della precedente legislatura, presieduta da Nicola Morra, a ipotizzare un coinvolgimento di soggetti esterni a Cosa nostra: « Le acquisizioni dichiarative e documentali effettuate dalla commissione – si legge nel documento –, conducono ad una possibile ricostruzione alternativa di taluni rilevanti profili modali della strage di via dei Georgofili e rendono credibile il coinvolgimento, quantomeno nella sua fase esecutiva, di soggetti estranei a Cosa nostra».
«Grazie all’importante contributo conoscitivo scaturito dalle risposte del dottor Giulio Vadalà – si afferma ancora nel documento – si può fondatamente ritenere che se non fosse stato aggiunto un notevole quantitativo di esplosivo ad alto potenziale nel vano di carico del Fiorino, la scena del crimine avrebbe avuto diverse caratteristiche». In base a quanto riportato nella motivazioni della sentenza per la strage, la deflagrazione provocò un cratere di «forma ellissoidale, col diametro parallelo alla via dei Georgofili di cm 495; il diametro normale all’asse stradale di cm 290 e la profondità di 141 cm».
A far pensare a un coinvolgimento di elementi esterni a Cosa nostra anche un’esternazione di Gaspare Spatuzza: «Questi morti non ci appartengono».
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