Sicurezza
Il racconto d’autore: piccole storie toscane incontrano la Storia, dalla Grande Guerra ai giorni nostri
Enzo Brogi riparte dall’infanzia, dai ricordi familiari fino alla lotta politica, ai viaggi e al suo particolare legame con il borgo di Badolato in Calabria
Frammenti come pezzi di tante piccole storie che non si possono perdere. Brogi, con uno sguardo sui suoi giorni, le ritrova e le raccoglie con cura, come si fa con le cose preziose, quelle che a volte lasciano un graffio e a volte una carezza. Pubblichiamo un estratto di “Frammenti. Sentieri di piccole storie” (Aska Edizioni, 144 pagine) di Enzo Brogi.
Il babbo del mio babbo si chiamava Lorenzo. Portava quel nome perché era nato il 10 agosto di molti anni prima. Appena ventenne, lo mandarono a combattere nell’Isonzo contro altri disgraziati come lui. Nel novembre del 1915, infatti, Cadorna ordinò una nuova offensiva sul Carso: «Occupare il Monte San Michele, il Sabotino». Ma Lorenzo che ne sapeva di quei luoghi, che ne sapeva di Cadorna. E del nemico? Lui aveva solo amici, a Poggio di Loro come a San Clemente in Valle e anche alla Trappola. Lontano da casa, Lorenzo si sentiva solo e stremato.
E poi perché combattere? Aveva lasciato Aurelia col pancione e la piccola Teresina, di appena un anno. Si trovò costretto a stare in quella trincea putrida e gelata mentre a casa c’era il mulino da mandare avanti e c’era a il lavoro nei campi che non poteva attendere. Lorenzo piangeva, pregava, tremava dal freddo e dalla paura. Bestemmiava. E fu un attimo, quando «il piombo nemico spense la sua vita». Scrissero proprio così nel rapporto di morte che fu inviato a casa. Il mio babbo, fu chiamato Lorenzo proprio in sua memoria, anche se in realtà lui nacque in gennaio, nel 1916 e con la neve. Ricordo però che si commuoveva sempre un po’ quando gli rammentavano che a San Lorenzo fa caldo, cadono le stelle ed è la notte dei desideri. Che ne sapeva lui di Cadorna. E del nemico? (…)
La mamma propose di andare vicino La Spezia dove lo stravagante tour sarebbe passato nel pomeriggio. La tortuosità della strada, obbligando ai rallentamenti, ci avrebbe consentito di vedere i cantanti da vicino e con più tempo. Magari salutare i Rokes, l’Equipe 84, i Nomadi o i Corvi. Un sogno. Non avevamo la televisione ma, assieme al mio amico Walter, compravo Giovani e Ciao Amici, cento lire cadauno. Ascoltavo Radio Montecarlo e conoscevo a memoria canzoni e volti, compresi quelli di coloro che per il primo anno facevano il loro trionfale ingresso al Cantagiro. Girone C, come Complessi.
Era l’anno di Che colpa abbiamo noi, Io ho in mente te, Nessuno mi può giudicar, Ragazzo di strada, pietre miliari nel beat italiano. Per la promozione a scuola mi avevano regalato i primi jeans Lee che ovviamente indossai con una camicia azzurra con lunghi becchi. Sarebbe venuta anche Rosy, accompagnata dai suoi genitori che avevano appena comprato la Seicento Fiat. Il cantagiro, le band e Rosy. Ero esageratamente contento ed emozionato. Partimmo da Sarzana nel primo pomeriggio. Lorenzo, che lavorava in ferrovia, aveva anche preso un permesso per non arrivare tardi, ma al Ponte di Ferro, appena fuori città, fermò la Lambretta. Gomma a terra, bucata. Per fortuna avevamo la ruota di scorta, ma le viti facevano le bizze e la gomma cambiata era sgonfia. C’era bisogno di trovare un posto per rigonfiarla. Perdemmo molto tempo, quando arrivammo sul posto la gloriosa carovana era già passata. Soltanto qualche ricordo in terra, fra cui una cartolina stropicciata di Dino che da qualche parte conservo ancora. E anche Rosy, ovviamente, se ne era andata. (…)
Il mondo stava cambiando davvero.
Con la fine dell’estate le piazze e le strade cominciavano a rianimarsi. Sempre più spesso capitava di vederle gremite di operai e studenti, gli stessi che incontravo la mattina sul treno che mi portava a Firenze dove frequentavo lo storico Istituto Tecnico Leonardo da Vinci. Era questa scuola la principiale via per accedere alle tante aziende tecniche che prosperavano anche in Toscana, grazie agli effetti del boom economico. Cominciai a farmi degli amici e a conoscere, attraverso di loro, anche alcuni degli operai, quelli più giovani, che spesso vedevo manifestare per strada. Circolo operai e studenti di Lotta Continua, primo piano di via Mazzini numero 15. Questo fu il luogo dove iniziammo a frequentarci, dove cominciai ad appassionarmi a quel fermento inquieto di idee sempre più radicali e tormentate. In quegli anni l’estremismo di sinistra stava contagiando decine di migliaia di giovani che si aggregavano e organizzavano in numerosi gruppi.
Sicuramente tra questi Lotta Continua, di matrice “anti-ideologica” e con forte capacità organizzativa e di proselitismo, fu di gran lunga la più creativa e vitale. Si formarono anche piccoli gruppi organizzati di approccio marXista leninista, ma fu LC che rimase e si radicò. “Operai e studenti uniti nella lotta” fu la mia prima scritta sul muro di una cabina dell’Enel in una zona appartata e deserta di Montevarchi, vicino al greto dell’Arno. Vernice rossa. Arrivai sul posto con Rino, a bordo della mia Cinquecento bianca. Secchio, pennello e inquieta spavalderia. Di quella scritta, il mio eskimo, per i molti anni che lo indossai, portò una traccia indelebile. (. ..)
Primavera del 2003.
Il Prefetto di Arezzo mi notificò che nei palazzi pubblici potevano essere esposte soltanto la bandiera italiana, quella dell’Europa e quella della Regione. Magari, se ci fosse quella del Comune. Nessun altro vessillo. Io invece avevo issato la bandiera dell’arcobaleno in difesa della pace e dei diritti. La guerra di Bush all’Iraq ne era stato il pretesto. Si disse che si dovevano trovare le armi di distruzione di massa, quelle che mai nessuno rinvenne negli arsenali di Saddam. I soldati, invece, quelli morivano ugualmente, e con loro anche Saddam.
Mi sottrassi all’indicazione prefettizia e la bandiera proibita rimase sul balcone del Comune di Cavriglia. Convinto e fiero della mia indisciplina accettai di buon grado di farmi fotografare per i giornali affacciato sul balcone che esponeva vessillo con le righe dell’arcobaleno. «Il sindaco disubbidiente», dissero. Alcuni con ammirazione, altri con tono vessatorio. L’indomani, il Segretario Comunale e il Comandante della Polizia Municipale mi attesero in ufficio con aria tra il sornione e il divertito. «Sindaco, se in Prefettura c’è il temporale è probabile che all’Episcopato ci sarà tempesta».
Spiegò che se il livello di sensibilità per la pace e per i diritti fossero stati misurati in metri, di sicuro Don Maurizio, il nuovo parroco, ci avrebbe superati di parecchio. Continuavo a non capire quando mi indicò dalla finestra il campanile della Pieve dove sventolava un lungo stendardo arcobaleno di almeno dieci metri. Don Maurizio e i suoi ragazzi, nella notte, avevano preparato quell’enorme lenzuolo di colori che mi emozionò molto. Pensai subito che questo fosse prodromo di numerose iniziative per la pace e per i diritti che avremmo potuto portare avanti insieme. Non vedevo l’ora. Il primo invitato sarebbe stato senza dubbio il Prefetto.
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