Sicurezza
Quel ragù che fa battere il cuore: serviti 200 pasti caldi ai più poveri della città
Firenze, alla trattoria 4 Leoni un evento che si ripete ogni anno: «Questo pranzo per noi è doveroso e scontato»
FIRENZE. Il cielo di Firenze è uggioso. La pioggia sembra non voler smettere, mentre il vento ti accompagna, provocando un brivido costante dietro la schiena. Poi arrivi in piazza della Passera, davanti le porte della trattoria 4 Leoni e la sensazione di gelo cessa. D’un tratto, ti senti come se, in quel preciso punto della città, ci fosse un’atmosfera diversa. Ma quel che provi, non è una semplice sensazione, bensì il beneficio di un’iniziativa che, in tempi come questi, riesce davvero a scaldarti il cuore. La trattoria, come tutti gli anni dal 1997, accende i fornelli per un pranzo solidale, rivolto a una clientela particolare, che più di tante altre, merita di essere coccolata con i sapori della cucina toscana. Il titolare prevede, come negli scorsi anni, duecento persone, tra anziani soli, immigrati, senzatetto e i cosiddetti «nuovi poveri», ovvero chi per colpa degli effetti della pandemia e della crisi, ha perso il lavoro o la casa, o entrambi. Alle 11.30, la trattoria apre le porte e riscalda ancor di più l’ambiente scegliendo, come sottofondo musicale, una compilation natalizia. Una volta varcato l’ingresso, con gli occhi profondi e un sorriso appena accennato dalla commozione, i clienti prendono posto. Il locale così, si riempie un po’ alla volta, e si anima di voci e sorrisi che forse, per troppo tempo, sono rimasti nascosti da una maschera indossata per necessità, per proteggersi dal mondo. C’è chi aspetta la propria compagnia, e chi invece si siede da solo, aspettando il proprio piatto fumante. In tempi brevissimi, ecco che arrivano le prime portate: pasta al sugo e ribollita, insieme all’acqua e al vino rosso. Ed è proprio in questo momento che la sala si fa più fragorosa, quando il rumore delle posate sui piatti si mescola con quello delle sedie che si spostano per far spazio a chi è arrivato in ritardo. I camerieri fanno avanti e indietro, parlano con i clienti e non nascondono l’emozione che trapela in ogni loro piccolo gesto o movimento.
I rumori provenienti dalla cucina non si interrompono mai. Il servizio della trattoria 4 Leoni non è mai stato così frenetico e toccante allo stesso tempo. Dopo due anni di stop per via della pandemia, il titolare Stefano di Puccio porta avanti con orgoglio la tradizione, anche in onore di Don Cuba, il prete di San Frediano a cui Stefano si è rivolto per la prima volta per organizzare il pranzo solidale. Stefano racconta che l’iniziativa è per lui e il suo staff, un rito irrinunciabile che non deve interrompersi, nonostante il caro bollette e la crisi: «Queste persone meritano un pasto caldo e di passare del tempo in compagnia. Non ci sono scuse per non fare questo pranzo, per noi è doveroso e scontato». Il menù è tradizionale, ma attento alle esigenze e alle richieste dei commensali, come racconta Stefano: «Si parte con penne al sugo e ribollita, per poi servire spezzatino e patate, tacchino al forno e insalata mista. Il pranzo si conclude con il panettone e altri dolci tipici natalizi. Alcune delle persone qui presenti, mi hanno chiesto di preparare la pasta al pomodoro anziché al sugo, per motivi legati alla religione, perciò li abbiamo accontentati».
Nonostante tutte le difficoltà e le numerosi notti passate a chiedersi cosa ne sarà del domani, molte persone non hanno perso quello smalto che permette loro di continuare a camminare a testa alta e a guardare, dritta negli occhi, la vita. Chi pasteggia in compagnia, non ci pensa due volte a far assaggiare al proprio vicino un boccone della pietanza che ancora non gli è arrivata, poi appena questa arriva, si butta a capofitto, abbandonandosi al momento. Durante il pranzo, è impossibile non notare le persone che siedono da soli a tavola. Con le mani screpolate, le guance irritate dal freddo e i giacconi che fanno da coperta dal giorno alla notte, spostano il loro sguardo dal bicchiere ai camerieri, osservandoli, come se fossero alla ricerca di qualcosa, come se quei visi ricordassero qualcuno. Magari un collega, un amico d’infanzia, il vicino di casa, quello un po’ impiccione, che parlava troppo, ma tutto sommato gentile. Oppure la moglie, o il figlio che da troppo tempo non si fa più sentire. E così, tra un boccone e l’altro, il pranzo si trasforma in un momento in più per riflettere. E la nostalgia, per chi pranza da solo, prende posto a tavola, senza lasciare scampo. Arriva poi uno dei momenti più attesi del pranzo, ovvero il panettone. I camerieri portano via i piatti, assicurandosi che tutto sia andato bene: «Certo, guarda, nel mio piatto non è rimasto proprio nulla! » esclama un signore, con lo stessa fierezza di un bambino che ha finito di mangiare quello che ha preparato la mamma. Appena arriva il dolce, i polpastrelli affondano nella pasta morbida, entrando in contatto con l’uvetta e i canditi. Anche del panettone, niente andrà sprecato, nemmeno una briciola. Il pranzo si conclude alle 13, quando la trattoria torna a offrire il servizio ai propri clienti e le persone, appena varcata l’uscita del locale, salutano, ringraziano e stringono la mano dello staff che li ha accolti senza remore e pregiudizi. Una volta usciti dalla trattoria, il tempo continua ad essere uggioso, ma rispetto a poche ore prima, ti senti ricaricato. Come se gli sguardi di queste persone, tanto riconoscenti quanto tormentati, avessero sbloccato qualcosa in te, che esci dal locale con gli occhi lucidi per la commozione, la sensibilità che punge lo stomaco e il cuore pieno come non mai.
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