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Sex worker, agire per fermare il crimine

La Legge Merlin non è più di un effetto placebo: ha ormai segnato il suo tempo

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Transito spesso, per andare a Siena, in una provinciale in cui le incontri, ad ogni ora del giorno. Sedute su improbabili seggiole di plastica e protette all’ombra di una grande siepe, se è estate, oppure accoccolate davanti un piccolo falò, quando è inverno. Sono giovani donne subsahariane, offrono il loro corpo per poche decine di euro. In emarginata solitudine, come la condizione dei loro clienti. Disperata, e spesso ai limiti dello schiavismo, la segregazione di quelle ragazze. Chissà quante altre realtà, nelle strade di provincia più nascoste. Ma non va meglio nelle periferie delle città. Quante volte durante la notte, tornando verso casa mia nel Valdarno, alla fine dei viali lungo l’Arno incontro donne che “se di amarle ti vien la voglia, basta prenderle per la mano”. Anch’esse umiliate, oggetto delle peggiori violenze, sottratte ad ogni rispetto o minimo diritto di autonomia. Sono sbattute sulla strada senza alternative, prive di ogni controllo sanitario e di condizioni di igiene per sé stesse e per coloro che si avvicinano. Spesso prive di documenti, prigioniere dei loro protettori. Immagino senza libertà o spazio per potersi autodeterminare, nessuna sicurezza. La prostituzione è liberalizzata nel nostro Paese da nord a sud. Proprio come la droga. Tutto ciò si può trovare ovunque, senza alcun controllo legale, sanitario e fiscale. Assieme alla droga ed al gioco d’azzardo, la prostituzione rappresenta uno dei più appetibili alimenti del mercato nero e del malaffare. Mettendo così in condizione di ricatto e contaminazione con la malavita coloro che sono costrette ad esercitarla e anche chi vi si rivolge. La legge Merlin aveva un valore culturale e di rispetto della donna, fu approvata nel 1958. Ma oggi non rappresenta, nelle migliori delle occasioni, più di un puro effetto placebo. La legge è anacronistica, ha segnato il suo tempo. Omettere l’esistenza della prostituzione, come soggetto attivo della nostra società, significa infilare la testa sotto la sabbia. Parliamo di esseri umani e non di rifiuti, sebbene l’attività venga costantemente accostata al degrado della città. Persone che hanno il diritto di essere protette e liberate se – e sono tante – costrette ad esercitare, e tutelate – e probabilmente sono poche – se agiscono per libera scelta. Emerga il coraggio di affrontare questa criticità culturale, morale e sociale. In modo laico, scrollandosi anche il rilevante fardello della prossimità del Vaticano. Magari è il tempo di ragionare e guardare con modernità e rispetto della persona ad esperienze che elaborino e migliorino la legge vigente. Il mestiere di sex worker per ogni orientamento sessuale o genere, oggi è riconosciuto e regolamentato in altri paesi europei e potrebbe essere rivisto anche da noi. Depenalizzare per prevenire lo sfruttamento sessuale e fermare il racket? Criminalizzare il cliente? Il tema è controverso e con effetti non completamente scontati. Certo è che cresce il malaffare. Si intervenga, dunque. Lasciando così le cose, è certo, agisce il crimine. Come a Roma, tre donne straniere vengono uccise, due senza nemmeno avere un nome, un corpo. Eh sì, “perché dai diamanti non nasce niente è dal letame che nascono i fior”.

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