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Firenze, l’artigiano con le mani d’oro: «Lavora ancora come una volta»

di Sabrina Carollo
Firenze, l’artigiano con le mani d’oro: «Lavora ancora come una volta»

Giampiero Rogai è uno degli ultimi custodi della tecnica di doratura a foglia. Nella bottega realizza cornici, vassoi, scatole e piccoli oggetti che poi i negozi vendono ai turisti

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FIRENZE. L’ammanitura prima della doratura, e poi un colore fatto con i pigmenti mescolati al latte. Giampiero Rogai racconta la pratica che ha imparato da ragazzino, quando a tredici anni ha cominciato a frequentare una bottega artigiana dell’Oltrarno, con la naturalezza di chi da una vita lavora con soddisfazione e competenza. Ottantadue anni, ma ne dimostra almeno venti di meno, è uno degli pochi artigiani rimasti a Firenze, sicuramente l’ultimo custode di tecniche di doratura a foglia che ha imparato da bambino e che adesso si rammarica di non sapere a chi tramandare: «Ora tutti questi passaggi non li fa più nessuno, il lavoro è meno accurato, viene data solo una mano di base, l’oro spruzzato in vernice e tutto è preparato da macchine e stampato».

Lui invece, per le sue decorazioni su legno, usa ancora procedimenti antichi, che prendono certo un po’ più di tempo – ma nemmeno troppo, perché come lui dice, se vuoi guadagnare devi trovare una mediazione tra velocità e buona fattura, devi «far correre il lavoro» – ma sicuramente hanno una resa migliore, di quelle che solo i lavori fatti «come una volta» garantiscono. Di più, hanno un’anima, quella della città in cui sono nati e hanno prosperato per secoli. E allora prima si usa il gesso mescolato alla colla di coniglio, da spalmare su tutta la superficie con abilità conquistata nel tempo, poi si scarteggia e quindi si passa alla doratura, con una manualità che incanta: la foglia d’oro che riluce leggera nell’aria e si appoggia come un sospiro sulla superficie, accompagnata da un batuffolo di cotone idrofilo a seguire diligentemente le pieghe del legno. Guardare Giampiero lavorare significa assistere a un incantamento, in cui le mani si muovono delicate tra colori e attrezzature, senza incertezze, con la precisione di un monaco che compone un mandala di semi. Una volta preparata la base, ricoperta di smalto, ecco che parte una nuova magia: il disegno, tracciato a mano libera o seguendo una sagoma preparata in precedenza, prende corpo graffiando, con decisione ma senza calcare troppo, la superficie da cui emerge la brillantezza dell’oro sottostante allo smalto colorato. Cornici, vassoi, scatole, piccoli oggetti che poi i negozi del centro vendono ai numerosi turisti, non sempre in grado purtroppo di distinguere tra la qualità di questi lavori e altri souvenir dozzinali. Ma ci sono anche commissioni importanti, come le decorazioni per gli armadi, i pannelli per le porte di un’abitazione importante, o i due bauletti richiesti di recente per il matrimonio di una facoltosa coppia araba, in cui le reciproche promesse d’amore eterno sono affidate alla mano di Rogai, che le fa affiorare dal blu oltremare, tra raffinate decorazioni; o ancora i fregi del soffitto di un negozio storico in borgo Ognissanti, dove le volte a crociera sono sottolineate da viticci e melograni rampicanti dipinti a mano libera da Rogai. «Ho sempre avuto una certa propensione per il disegno, ho imparato da autodidatta a dipingere gli ornamenti, guardando il lavoro degli altri», spiega Piero. «Le tecniche di doratura invece me le hanno insegnate a bottega, dove il babbo portalettere mi ha mandato quando non ho avuto più voglia di frequentare la scuola». Così la mattina partiva da casa, in via del Ponte di Mezzo, con il suo panierino per il pranzo, arrivava con il tram fino alla stazione e poi camminava fino in via dei Serragli, alla bottega di un amico di famiglia, dove ha cominciato con i lavori più semplici, come preparare il bolo e stenderlo, proseguendo fino a diventare così bravo da aprire un’attività tutta sua. «Un tempo in San Frediano c’erano mille botteghe, un artigiano ad ogni uscio, un sacco di mestieri diversi e alcuni così specializzati che ci coordinavamo in più botteghe per alcune consegne veloci: il primo faceva l’incisione, il secondo dava il gesso, l’altro decorava, e magari qualche signora veniva a dare una mano a ore, arrotondando così le entrate familiari», ricorda con la gioia negli occhi sbarazzini, regalando uno sguardo su un mondo fatto di visi amici, di collaborazione e di passione che è andato perduto.

«Poi piano piano gli artigiani sono spariti, i ragazzi non volevano più fare questi mestieri, preferivano stare in ufficio, e con l’avvento del digitale abbiamo fatto la fine dei maniscalchi con l’arrivo delle automobili», sospira. Rivendica la gratificazione che deriva dal fare una cosa che piace in modo indipendente: «La prima bicicletta me la sono comprata con il mio lavoro, una grande soddisfazione. I miei non navigavano nell’oro, eravamo tre fratelli, uno è finito in posta come il babbo ma io non l’ho voluto seguire, mi sono detto che preferivo faticare per conto mio e ho imparato un mestiere che mi ha permesso di comprare casa, campare la famiglia e fare anche qualche viaggetto. Chi lavora da Zuckerberg cosa impara? La subordinazione», dichiara con comprensibile orgoglio. Inoltre il lavoro indipendente gli ha lasciato anche la possibilità di seguire la sua seconda, grande passione, la musica: «Eravamo in cinque, piano, batteria, basso, sax e io alla chitarra; Firenze avrà avuto almeno trenta sale da ballo, ogni categoria professionale aveva il suo circolo, poi c’erano le case del popolo, e noi suonavamo tre o quattro volte alla settimana, sabato e domenica e a volte anche mercoledì o giovedì», ricorda. «In un paio di occasioni abbiamo avuto ingaggi di mesi interi, lavoravo di giorno in bottega e poi via, in auto per raggiungere gli altri a Viareggio per suonare».

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