Sicurezza
Il governo “lisergico” e la scusa dei rave
Ai raduni vanno più di 50 persone, quanta falsa retorica sui free party
No rave, no party! Ricorda una vecchia pubblicità ante era aperitivi. Il primo emendamento del nuovo governo non è stato sulle bollette, ma sulle feste free party, preoccupante per la gravità delle pene, ma ancor più pericoloso e inaccettabile per le implicazioni che sarebbero estendibili a qualsiasi momento di aggregazione con una massa appena superiore alle 50 persone. Infinitamente inferiore a quelle che si mobilitano per i rave. A Modena, infatti, erano migliaia. In fondo per queste feste occorre solo un’area agricola o industriale dismessa, meglio se vicina ad un lago, ed un sound system, un impianto audio potente, molto potente. Ci si dà appuntamento via web ed il gioco è fatto. Accadde tempo fa nel viterbese, e pure a Tavolaia in provincia di Pisa.
Sempre le medesime arruffate considerazioni, talvolta retoriche o generiche. Notizie in cronaca nera, soprattutto nelle edizioni locali, che raccontano un caravanserraglio di turbolenze, risse, droghe, occupazioni abusive, malori, anche gravi, gravissimi. Nessun paragone con le violenze delle curve degli stadi o con gli sballi e le vittime del sabato sera.
Una comunità nomade, viaggiante come fosse un villaggio in movimento. L’idea che li anima è affascinante. Trovare un non luogo indefinito e lontano dalla civiltà per scollegarsi dal mondo. Stare assieme, ma anche in solitudine, ascoltare musica, ballare ad libitum. Un evento minimalista e lisergico, magari anarchico. Un grande spazio dove trovi giocolieri, fachiri e funamboli, artigiani e venditori d’ogni cosa, cani ed anche qualche mangusta striata in mezzo a gente che balla tra la polvere o nel fango. Tutti uniti appassionatamente, davanti ad un muro di casse. Eh si, il Muro di casse. Vanni Santoni, autore della nostra terra, anni fa, ci ha scritto un libro attualissimo, originale. Ha raccontato la scena rave, offrendo un altro punto di vista, l’Altra Direzione sulla narrazione comune che tende a far emergere solamente i lati negativi, pur evidenti. Vanni ci aiuta a ripercorrere la genesi di queste feste, emerse negli anni 90 per continuare a ballare anche dopo la chiusura dei locali. Era una stagione in cui iniziavano a mescolarsi tra i movimenti musicali e culturali beat ed hippy, le emergenti controculture underground, punk, techno o house. «I rave sono riti dionisiaci, si esprime una spiritualità lontana dalle norme sociali». Allora, se deve essere scritto un decreto, occorre anzitutto riferirsi specificatamente ai rave e magari richiamarsi a leggi che già vi sono come in Inghilterra o in Francia. Senza fretta o ideologismi. Dando così la possibilità a chi vorrà organizzare i free party, di avere regole, identità degli organizzatori, numeri dei partecipanti, sistemi di sicurezza e di legalità e che ne definiscano spazi di agibilità per i partecipanti e di organizzazione per i responsabili dell’evento. Piccola chiosa (dell’autore) e vecchio rokkettaro: trovo più empatia e vibrazioni se davanti alla folla pogante o ballante c’è un bel gruppo che suona, anziché un asettico muro di casse.
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