Italia
A Firenze nasce la culla dei talenti: qui l’arte s’impasta con la vita
Per accedere due bandi all’anno, ma i migliori performer vengono invitati. Da qui sono passati oltre duemila tra designer, attori, pittori e videoartisti
FIRENZE. Ci sono luoghi in cui l’arte si impasta così strettamente con la vita, come la farina con il lievito, da diventare laboratori di panificazione, posti dove si crea qualcosa di indispensabile esattamente come il cibo. Uno di questi è il Mad, Murate Art District, centro di produzione e di residenza per artisti del Comune di Firenze. Uno spazio in cui si fa ricerca, si stabiliscono legami, si sperimenta, si pensa e si accoglie; dove artisti di caratura elevatissima lavorano con i giovani delle scuole cittadine e dove la creatività diventa strumento di cittadinanza, che modifica le relazioni e costruisce civiltà. Prima istituzione in città a nascere con questo obiettivo nel 2014, il Mad è un centro di produzione e di residenza, ovvero un luogo in cui gli artisti hanno a disposizione un ambiente per svolgere le proprie ricerche creative e per esporre. Soprattutto, dove ricevere sostegno nel costruire una rete di collaborazioni e interazioni con la cittadinanza, un’operazione che rende la presenza degli artisti davvero significativa e di arricchimento reciproco.
«Teniamo molto al lavoro di integrazione tra gli artisti e la città» spiega Valentina Gensini, direttrice del centro. «Spesso le residenze si configurano in chiave di restituzione di un’opera in cambio dell’accoglienza. Noi abbiamo scelto un approccio diverso: l’unico vincolo che poniamo a chi lavora con noi è che collabori con la realtà in cui viene immerso, con tempi e modalità costruiti insieme». Gli oltre duemila artisti che sono transitati da qui in questi anni sono rappresentanti di tutte le discipline: designer, fotografi, performer, attori, danzatori, pittori, videoartisti e registi, anche perché oggi le forme di espressione si intrecciano spesso e le collaborazioni portano a opere ibride, transdisciplinari. «Ci siamo concentrati su due tematiche fondamentali del contemporaneo», dice Gensini, «il postcoloniale e l’ambiente, la sostenibilità, entro i quali sono state esplorate tante tematiche relative, come la questione di genere e le differenze religiose, tutte affrontate in modo inclusivo, valorizzando la diversità e la multiculturalità». Dopo aver vinto un bando – o essere stato invitato direttamente, come avviene nel caso di personaggi particolarmente noti – l’artista definisce con il team delle Murate come svolgere la propria ricerca e quale veste darle: «Stabiliamo un rapporto di fiducia, non c’è bisogno di contrattualizzare tutto», spiega ancora la direttrice. «Naturalmente è importante che l’artista formalizzi la sua esperienza, ma non vogliamo costringere nessuno in uno schema uguale per tutti. Quello che facciamo è accompagnare e sostenere gli ospiti in un periodo di ricerca; è l’artista a decidere cosa offrire alla comunità fiorentina. Può essere un talk, un progetto pubblico, un incontro, un podcast, un libro d’artista, un catalogo, o una mostra. Quello che offriamo è uno spazio sottratto alla spettacolarizzazione dell’arte, volto a fare ricerca e a condividerla».
Qui l’arte non è merce di scambio insomma; ma in questo modo si creano legami molto forti con la città: «Anche artisti che non hanno prodotto una mostra magari poi sono tornati a esporre un’opera prima a Firenze proprio in virtù del legame che si è creato con noi», commenta soddisfatta Gensini. Un esempio viene dal lavoro di Ilaria Turba, che durante la sua residenza ha incontrato artigiani, mediatori culturali, negozianti, persone che lavorano nel quartiere, rifugiati politici e ha raccolto i loro oggetti privati e d’affezione realizzando una narrazione visiva che verrà esposta al Mad dal 3 novembre al 14 gennaio. Gli artisti convivono, condividendo spazi e idee: i tre studi sono collocati all’ultimo piano, nelle celle del carcere duro, a cui si aggiunge la pedana danza al piano terra, che la mattina è a disposizione delle realtà del territorio. In questo modo si favoriscono dinamiche di conoscenza e interazione, in uno scambio reciproco costante e totale apertura tra le forme di espressione. La flessibilità e l’accoglienza sono il principio cardine della programmazione, anche per quanto riguarda le tempistiche, perché le necessità possono variare durante la ricerca.
Le selezioni avvengono sulla base di due bandi all’anno – il prossimo è proprio in programma in questi giorni – ma alcuni vengono invitati direttamente, come nel caso di Jacopo Baboni Schilingi, il cui progetto ha coinvolto tanti studenti dell’accademia oltre alla cittadinanza, grazie al lavoro “Il respiro dei sogni” e che ha impegnato l’artista in lectio magistralis, workshop e laboratori, letture portfolio. Il coinvolgimento della cittadinanza non è sempre semplice: a seconda dei progetti, il team di Mad stabilisce dei contatti con le diverse realtà del territorio per coadiuvare l’artista nello scambio. Tempo reale, Gamo, Fabbrica Europa, l’Istituto Storico della Resistenza – con cui quest’anno hanno ideato un laboratorio per i ragazzi negli spazi del carcere duro, con documenti audio, video e cartacei dell’epoca – vengono contattati di volta in volta a seconda delle tematiche: quando è stata ospitata una compagnia di ballerini cubani, i centri giovani hanno contribuito a raccogliere novanta giovani per una battle; quando è stata la volta di incontri con danzatori transgender sono stati chiamati i medici del cubo di Careggi per aiutare le persone a capire, mescolando arte e scienza.
E ancora, in ottica di valorizzazione della diversità, performer disabili hanno trovato qui la possibilità di esibirsi, perché è quando possono essere davvero protagonisti, e non solo spettatori in prima fila, che si può davvero coglierne il potenziale. Dopocena si svolgono progetti di formazione su canto, performance e recitazione, con artisti in residenza che offrono corsi aperti a tutti a prezzi decisamente popolari. Infine da quest’anno riprende il progetto pilota nazionale, interrotto per il Covid, delle residenze a scuola: alcune scuole medie selezionate mettono a disposizione di un artista una stanza – l’atelier – in cui lui in cambio offre due giornate di laboratori, coprogettati con gli insegnanti ed educatori e quindi pensati espressamente per la realtà di quell’istituto. Bullismo, difficoltà, timidezze, disagi affettivi, disabilità vengono affrontati insieme attraverso l’arte, che diventa un modo effettivo di trasformare la realtà.
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