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La vita dentro una rosa. La storia di Makov, da Kharkiv a Firenze

di Sabrina Carollo
La vita dentro una rosa. La storia di Makov, da Kharkiv a Firenze

Le opere dell’artista, scelto per rappresentare l’Ucraina alla Biennale di Venezia, sono in mostra alla galleria Cartavetra di via Maggio

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FIRENZE. C’era una bella pianta di rose, nel giardino della casa di campagna di Pavlo Makov in Ucraina. Quella casa, a dieci chilometri dal confine russo, è stata occupata dal primo giorno di conflitto e la pianta di rose, trascurata, è morta. L’artista l’ha disegnata con amore, con la stessa cura con cui l’aveva innaffiata e preservata dal freddo per tanti anni. Poi ne ha disegnata una seconda: una rosa stilizzata, una figura conica, che con il vertice a terra si apre verso l’alto, rigida, disumana. È la rappresentazione dell’esplosione di una bomba. Le due immagini, metafore di vita e morte, sono il cuore dell’esposizione "Le due rose" allestita alla galleria Cartavetra di via Maggio da domani, 27 ottobre, al 30 dicembre.

«La rosa non è niente confronto alle morti che abbiamo subito, ma è il simbolo di una scelta: quella di dedicarsi a far crescere qualcosa, a farlo vivere, oppure di distruggere e uccidere», spiega Makov. Modi gentili e sguardo cristallino, l’artista è stato scelto per rappresentare il suo paese alla 59 Biennale d’arte in corso a Venezia, dove espone un’installazione composta da 78 imbuti da cui l’acqua scende creando una sorta di fontana. Con l’invasione russa, l’allestimento era stato messo in forse, poiché le spedizioni erano interrotte: grazie all’impegno di tante persone è stato possibile portare fuori dal paese almeno gli imbuti e ricostruire in Italia il sostegno e il bacino di raccolta dell’acqua. I significati dell’opera sono molteplici, dall’esaurimento delle risorse naturali all’emergenza climatica, all’esaurimento umano: «Dividiamo un mondo che è diventato piccolissimo, un appartamento senza porte, e invece di fare fronte comune per risolvere i problemi ambientali finiamo per sprecare soldi ed energia per fare una stupida guerra», conclude Makov con tono malinconico.

Venuto via da Kharkiv, con la moglie e la madre, pensava che non sarebbe più riuscito a lavorare: «Ogni artista appartiene a un luogo specifico, di cui racconta la cultura, attraverso le sue opere. Il mio è in Ucraina, il mio paese», spiega. È stato per merito della titolare della galleria, Brunella Baldi, che gli ha messo a disposizione una casa sull’appennino tosco emiliano, che Pavlo ha ricominciato a lavorare e ha prodotto in Italia quasi tutti i lavori esposti a Firenze: «Quando a maggio siamo tornati in Ucraina, ho visto il mio popolo lottare per un’esistenza normale, a dispetto della guerra, e ho capito che la vita deve continuare, che non sarebbe stato giusto fermarsi». Si dedica alla grafica non convenzionale, usando diverse tecniche, il torchio ma anche la fotografia, e tantissimo disegno: «Mi piacciono i dipinti, ma la pittura è una dichiarazione, mentre il disegno è esplorazione», spiega ancora. «Amo lavorare con le matite colorate: è lo strumento dei bambini, non molto utilizzato nella storia dell’arte, cosa che mi fa sentire libero».

Pavlo Makov è già venuto diverse volte a Firenze, dove ha visitato i grandi musei e i palazzi storici, ma confessa una passione speciale per palazzo Davanzati, che gli consente di immaginare la vita di un tempo, per gli splendidi disegni di Leonardo, e per il giardino Bardini, che «ha dimensioni umane e una vista spettacolare sulla città». E poi il museo Marino Marini, scultore dalla cui estetica dichiara di essere stato influenzato fin da quando era studente. È amante dell’Italia, di cui sta studiando la lingua da diversi anni: «Leggo molto in italiano, mi piace Calvino, Natalia Ginzburg... di Calvino c’è una bella traduzione in ucraino di’Le città invisibili’, ma leggerlo in italiano, anche se con il vocabolario, è più bello, il suono della lingua è poetico». E la cucina ovviamente lo delizia: apprezza la bistecca, ma soprattutto i tortelli di patate, che ha assaggiato per la prima volta da quando risiede sull’Appennino. «E naturalmente il vino, Bolgheri e Chianti», conclude.

Il suo amore per la sua terra traspare costantemente, così come il desiderio di tornare: «Con altri artisti abbiamo raccolto fondi per acquistare automobili da mandare al fronte, per soccorrere i feriti e portare rifornimenti», spiega ancora, raccontando di come i suoi due figli siano rimasti in Ucraina e si impegnino in azioni di volontariato. Quando tornerà a novembre dovrà decidere se rimanere o no - a seconda che la fornitura di elettricità sia sufficiente a consentirgli di lavorare. Di progetti ne ha diversi: «Vorrei indagare il tema del tappeto, un oggetto connesso alla vita di tutti, i cui disegni hanno radici profonde nella cultura di un popolo. Un oggetto umile eppure molto rappresentativo di un popolo, un intreccio tra mito e quotidianità che mi affascina», spiega. E poi ancora elaborazioni di piante e di mappe, uno dei suoi temi più ricorrenti anche nelle opere in mostra, e un libro d’artista: «Il nome provvisorio è ‘abracadabra’ perché questo nome è sinonimo di qualcosa di misterioso, che non si capisce. Proprio come questa guerra, di cui non capiamo il perché».

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