Il Tirreno

Firenze

Il sindaco di Scandicci racconta se stesso e la realtà che amministra

Fallani a muso duro: «La sinistra pontifica dal colle e non ascolta»

di Ilenia Reali
Fallani a muso duro: «La sinistra pontifica dal colle e non ascolta»

“Vita in Comune” è il libro che ripercorre gli anni da amministratore: «In politica serve curiosità, voglia di studiare e tanta umiltà»

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La penna e il taccuino sempre tra le mani. In consiglio, in giunta, durante le riunioni, in vacanza. Lo sa bene chi conosce Sandro Fallani, primo di cittadino di Scandicci, che lo scrivere è da sempre una sua fissa. «I miei assessori mi prendono in giro da tempo», sorride motivando il fatto che «un giorno, durante il lockdown, quando gli impegni si erano ridotti, non ha fatto altro che rimettere in ordine i miei appunti». Poi, "Vita in Comune", è stata la naturale conseguenza. Il libro sarà presentato stasera, alle 21, al Teatro Aurora a Scandicci con il giornalista Raffaele Palumbo e l’attrice Daniela Morozzi.


È un libro inaspettato, tra le righe c’è molto del Fallani privato. La percezione, scorrendo le pagine è che non si smette mai, neppure un minuto, di essere sindaco?
«Mai. È una trasposizione nella vita privata che si deve difendere perché si corre il rischio che il pubblico entri nei tuoi rapporti personali che, invece, devi salvaguardare: il tuo equilibrio familiare, affettivo serve anche a fare bene il tuo lavoro. Devi mettere i confini e ogni volta è una lotta, ogni giorno la ricerca di nuovo equilibrio».
Quanto l’introspezione anche sulle scelte amministrative è una tua caratteristica personale e quanto invece appartiene in generale a chi fa il sindaco?
«Non lo so. Ho accanto a me tanti sindaci da cui imparo tutti i giorni e a cui sono legato anche da un rapporto di fiducia e di affetto. Per me senza un momento di stacco, di analisi, di riflessione non riesco a fare nessun lavoro. Per me è importante riflettere, leggere, studiare e approfondire prima di prendere le decisioni. Ciò che a volte può apparire istintivo, in realtà è frutto di cose che hai dentro da molto tempo».
Il suo libro racconta l’esperienza quotidiana, le scelte da sindaco. Ma il viaggio, la vacanza, tornano spesso. È nei momenti in cui è lontano dalla sua città che la riflessione più profonda emerge con particolare potenza.
«Sì, il viaggio l’ho sempre tenuto al centro. Si corre il rischio, con un ruolo così immersivo, che tutta la vita la si paragoni ai 60 km quadrati di Scandicci, che diventa un paradigma del globo. Invece basta alzare un po’lo sguardo, relazionarsi con il mondo (che sia il paese accanto o società diverse) che si ha più chiaro quello che accade nella tua città. Rimanere dentro i propri confini è un raggio di azione molto limitato».
Nel viaggio, con la famiglia, a Terezìn, affronta il tema del confine. Non solo geografico. Come il concetto, ampio, di confine può interagire con Scandicci?
«Ho fatto una riunione con la giunta e i dirigenti sulla programmazione degli ultimi due anni di legislatura. A Scandicci abbiamo una vocazione internazionale all’integrazione, allo scambio che non può declinarsi solo dal punto di vista produttivo ed economico delle grandi aziende che sono nel territorio ma è principalmente. È un’esigenza relazionarsi con tutto il mondo, con la condivisione, con la cooperazione, l’incontro. A Scandicci ci sono 104 etnie diverse. Se noi non conosciamo, non siamo curiosi nei confronti dell’altro non riusciremo a prosperare. Alla fine è fondamentale non avere confini, non avere barriere conservando allo stesso tempo l’identità che ci rende unici al mondo».
Nel libro ci sono riferimenti legati ai progetti concreti ma c’è sempre un’analisi, semplice eppure allargata.
«Ritengo si debba tenere insieme due parole: disincanto e utopia. Disincanto è non vivere nel sogno, è vivere nelle concretezza delle buche, del quotidiano, delle procedure, di un parere, del bisogno di una persona. Ma dobbiamo avere, nel senso letterale del termine, anche fortissimo il concetto di utopia. A qualcosa che non c’è ancora ma che potrà arrivare o che non potrà arrivare mai. Serve a dare il senso al quotidiano che altrimenti diventa un calcolo ragionieristico sull’utile. E l’uomo non è questo perché ha la capacità di ragionare, di migliorare».
Cinque anni da assessore, scrive nel libro, sono stati un dono, un’esperienza propedeutica. Quanto la politica è anche un mestiere?
«Ho sempre fatto le cose a tempo determinato, ho sempre pensato che sarebbero finite. Sono tutti gradini. È fondamentale in politica essere umili, essere curiosi e approfondire, mai improvvisare che è frutto di un non sapere profondo».
Quali caratteristiche deve avere necessariamente un sindaco?
«La capacità di ascolto e l’essere onesto, le persone se ne accorgono se non lo sei».
Quanto si sente il protagonista dell’espansione economica di Scandicci?
«Sono un testimone che ha raccolto una tendenza già avviata. Ho semmai interpretato bene quello che stava accadendo cercando di capire le trasformazioni anche della società».
Abbiamo vissuto con le ultime elezioni un profondo cambiamento delle scelte degli elettori italiani e anche fiorentini. Qual è la sua analisi e cosa dovrebbe fare la sinistra oggi?
«I nostri giornali sembrano libri di ricette dove tutti laicamente danno la propria interpretazione e non vorrei far parte della categoria. Quello che sento anche a prescindere dal risultato elettorale è che tutti siamo accomunati dalla sofferenza. Per motivi economici, perché non abbiamo ciò che desideriamo... Le reazioni sono due: o la rabbia o il trovare nella società un risposta collettiva alle mie esigenze. Dal dolore e dalla sofferenza si può passare alla solidarietà e la solidarietà è liberazione. Se andiamo a fondo a tutto questo, come istituzioni e forze progressive, abbiamo senso. Cosa manca alla sinistra? La capacità di stare vicino alla sofferenza, alla frustrazione».
La sinistra è quindi il partito delle lobby, di una borghesia da centro storico?
«Lo dicemmo quando fu eletto Macron. Io credo che le persone siano arrabbiate perché non sono ascoltate. Vedono nella sinistra non il partito della borghesia ma il partito dei cattivi maestri, di quelli che pretendono - per partito preso - di avere la verità. Pensano: tu pontifichi tanto, fai il chierico sulla collina ma quando ho fame ti giri dall’altra parte».
Perché ha scritto questo libro?
«Ho fatto leggere i miei appunti e gli amici hanno ritenuto che avessero un valore pubblico e testimoniale, vorrei servisse a qualcuno per innamorarsi delle istituzioni».
Cosa farà Fallani "da grande"?
«Penso sia umano pensare a cosa si farà dopo. Desidererei avere la capacità di costruire qualcosa che mi faccia star bene. Non so se nel pubblico o nel privato».
Non teme che questo libro sia interpretato come un modo per accreditarsi per altri ruoli politici?
«Ognuno se la racconterà come crede. Il mio unico intento è quello che ho detto: il valore testimoniale e un racconto collettivo dell’amministrazione di una città con il messaggio che è utile e bello spendere le proprie energie e competenze nel pubblico».

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