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In tribunale

I giudici sulla bancarotta della Ste: «Verdini aggravò il dissesto»

I giudici sulla bancarotta della Ste: «Verdini aggravò il dissesto»

Nei documenti: «L’ex senatore non ha preso iniziative per arginarla e non ha neppure chiesto tempestivamente il fallimento peggiorandone la situazione»

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FIRENZE. La Società Toscana edizioni (Ste) era in stato di insolvenza già dal 2009 e il "dominus" Denis Verdini «non solo non ha assunto iniziative volte ad arginarlo, ma non ha neppure chiesto tempestivamente il fallimento aggravandone in tal modo il dissesto».

Così i giudici della corte d’Appello di Firenze si sono espressi nella motivazione della sentenza con cui, lo scorso maggio, hanno confermato la condanna a cinque anni e mezzo all’ex senatore Denis Verdini e le pene per gli ex amministratori della società accusati a vario titolo di bancarotta fraudolenta: l’ex deputato Massimo Parisi (cinque anni), l’ex presidente della Ste Girolamo Strozzi Majorca (tre anni), Enrico Biagiotti (tre anni) e l’ex liquidatore Pierluigi Picerno (tre anni). La Ste, dal 1998 al 2014, anno del fallimento, ha pubblicato il Giornale della Toscana. Secondo i giudici della terza sezione, Verdini per affrontare quella difficile situazione finanziaria avrebbe fatto «affidamento sui contributi per l’editoria, il cui ammontare sarebbe stato insufficiente ad affrontare la sovraesposizione debitoria, e sul fatto che la Banca credito cooperativo fiorentino non avrebbe agito per riscuotere i propri ingenti crediti».

Al centro del procedimento, c’è anche un’operazione «che lungi dal poter essere collocata nell’ambito di una strategia finanziaria», secondo i giudici aveva come «finalità esclusiva il trasferimento di risorse dalla società fallita a Verdini e Parisi, con il loro arricchimento personale assolutamente ingiustificato».Nel 2014, secondo quanto ricostruito dalla corte, la Ste, già in perdita, si impegnò ad acquistare per 2,6 milioni di euro le quote della Nuova toscana editrice, altra società del gruppo di cui l’ex senatore e Parisi detenevano il 20% di quote. Ma al contratto preliminare non fece seguito il definitivo e la Ste non fece valere le proprie ragioni nei confronti dei due parlamentari, «astenendosi dall’intraprendere qualsiasi azione legale». Il denaro sarebbe finito a Verdini e Parisi.

Quella operazione, per la corte d’Appello, «non avrebbe prodotto il dissesto ma contribuito a causare uno squilibrio nei conti della Ste». Nel 2012, si legge nella sentenza, Verdini avrebbe versato una quota di oltre 3 milioni di euro per saldare i debiti della Ste verso la Banca di Credito Cooperativo Fiorentino. «La ragione economica che ha spinto Verdini a corrispondere al Bccf quella somma era connessa al ruolo di fideiussore, tanto che poi si è insinuato nel fallimento della Ste. Ma non ha compiuto - secondo i giudici d’appello - una reintegrazione del patrimonio della società».

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