Sicurezza
Maglia del Liverpool al Franchi: «Mio fratello è morto in quell'inferno, mostrare la sciarpa è stato stupido»
Riccardo Balli ricorda Bruno, ucciso dalla furia hooligans
FIRENZE. «Quando mi dicono Liverpool penso ad una cosa sola: alla distesa di quei 39 feretri che vidi non appena arrivato a Bruxelles. Avevo visto, ma sapevo che mio fratello Bruno era in un altro settore. Mi chiamarono alle due e mezzo di notte. Era la questura: mi dissero subito che era successa una disgrazia. E che mi aspettava, a Roma, un volo dell’Aeronautica Militare per volare in Belgio». Riccardo Balli non ha dimenticato niente di quei giorni: all’Heysel, lui, ha perso suo fratello Bruno, rimasto schiacciato dalla furia hooligans. E oggi, a distanza di quasi quarant’anni da quel giorno surreale, le sue emozioni non sono cambiate. «Io quella sera la partita non la vidi nemmeno, ero contento per lui, ma nulla più. Quei 39 morti, però, troppo spesso sono stati ritirati fuori, tra cori e striscioni». Si sofferma un attimo Riccardo, non parla per una frazione di secondo. Soltanto il pensiero, per lui, è come una coltellata.
Riccardo Balli quando sente parlare del Liverpool a cosa pensa? «La prima cosa che mi viene in mente a vedere quelle maglie rosse sono i morti. E il disprezzo per quanto accaduto di conseguenza. Mio fratello aveva 50 anni: era il presidente dello Juventus club della Misericordia, organizzava le trasferte e non avrebbe nemmeno essere lì, in quei due settori maledetti. Il suo biglietto era per la parte opposta. Era stato dappertutto, in Italia e all’estero. Anche a Firenze, ma io non lo avevo mai seguito, ero sempre rimasto a casa, qui a Prato».
Sabato due maglie rosse sono comparse in Curva Ferrovia prima della gara contro al Juventus. Che effetto le fa? «Io sono tifoso della Fiorentina, è così da quando ero un ragazzino. Onestamente non ne capisco il perché. Quando porto allo stadio i miei nipoti indossano sempre la maglia viola, anche quello che tifa per la Juventus. Io, da solo, allo stadio non ci verrei, lo faccio per loro, per la loro felicità. Sarebbe bello se davvero si riuscisse, un giorno, ad entrare in qualsiasi settore vestiti come si vuole, con qualsiasi tipo di maglia, a prescindere dall’avversario».
A quell’uomo, lei, cosa vorrebbe dire? «Una cosa semplice e scontata: che si è reso protagonista di un atteggiamento stupido. Che, lui, l’Heysel non l’ha vissuto sulla sua pelle. Io non ho dimenticato nulla. Mi dissero subito che mio fratello Bruno era rimasto coinvolto in quell’inferno. Non dimenticherò mai quei corpi adagiati l’uno vicino all’altro».
Secondo lei il calcio potrà mai evolvere? «Quello che vedo è che questa proprietà, per esempio, è molto attenta al comportamento all’interno dello stadio e questo le fa onore. Si sono sempre esposti anche in tema di razzismo, mettendoci sempre la faccia. È anche questo un passo importante e significativo per riuscire a fare, tutti, un passo in avanti». Non solo in nome del pallone, ma della dignità.
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