Gioco
Vaiolo delle scimmie: si contano già 20 casi nell’area fiorentina
Ma il primario di Careggi rassicura: «Virus meno contagioso del Covid-19»
FIRENZE. Già una ventina di casi di vaiolo delle scimmie nell’area fiorentina – tra Firenze, Empoli, Prato e Pistoia – da quando il virus ha fatto la sua comparsa per la prima volta. Anche se – sottolinea il professor Alessandro Bartoloni, alla guida del reparto di Malattie infettive e tropicali del policlinico di Careggi – un paragone con il Covid non c’è. «Perché il tipo di malattia è diverso – precisa – . Certo, a livello di sanità pubblica globale è un evento allarmante perché è fuoriuscito dall’area endemica un virus che, per molti anni, è stato diffuso soltanto in alcuni Paesi dell’Africa. Ecco, il punto è che non abbiamo fatto attenzione a ciò che accadeva lì, nonostante fosse stato lanciato anche un allarme da parte dei colleghi africani: sono stati loro a far presente che stavano aumentando i casi nelle popolazioni non vaccinate contro il vaiolo».
Per il resto però, spiega il professor Bartoloni, bisogna stare in guardia, ma non avere paura. Perché è vero che i ricoveri ci sono stati, a Careggi come negli altri ospedali fiorentini, ma i pazienti che hanno contratto la malattia hanno avuto decorsi lievi.«Anche a livello di rischio di trasmissione in una popolazione come la nostra non si teme quello che è successo con il Covid – prosegue il primario – . La trasmissione del virus avviene per contatti fisici stretti, prolungati, intimi, ma non necessariamente per via sessuale, anche per via respiratoria. In genere, sono più contagiose le persone con lesioni già presenti, ma sono ancora in corso una serie di studi. È una nuova esperienza ma dimostra come le persone, viaggiando, possano esportare il virus da un Paese all’altro».
Proprio ieri il ministero della Salute ha annunciato l’arrivo di 540 fiale di vaccino anche in Toscana. «Il vaccino ha funzione preventiva e quindi sarà somministrato a quelle persone che si ritengano a maggior rischio – sottolinea Bartoloni –: chi lavora in laboratorio ed è a rischio d’infezione qualora debba maneggiare questi campioni clinici o chi ha la consapevolezza di poter entrare in contatto intimo con persone che hanno contratto l’infezione».
Una contromisura necessaria visto che dall’inizio di maggio, quando sono stati identificati i primi casi, la crescita dei contagi non si è mai arrestata.
«L’aumento dei casi è legato ai movimenti delle persone, ma anche al fatto che il virus ha un’incubazione abbastanza lunga, dai cinque giorni alle tre settimane, e se ne vedono gli effetti in ritardo – prosegue il professor Bartoloni – . I viaggi e i contatti con altre persone fanno sì che aumentino i contagi e, infatti, ci aspettavamo questo incremento».
Ma la buona notizia – come spiega il primario del policlinico di Careggi – è che «i casi finora osservati hanno avuto dei decorsi lievi o moderati: le persone possono anche restare a casa».
«Siamo già pronti con le terapie con antivirali – aggiunge il primario – ma queste si destinano alle persone con decorsi gravi e, fino a ora, non ne abbiamo avuto la necessità. Non c’è un’evoluzione grave della malattia: ci sono le lesioni sulla pelle, sulle mucose genitali e anali, che possono essere fastidiose perché durano parecchio tempo, e, come sintomi generali, ci sono la febbricola, i dolori e il mal di testa, sintomi simili all’influenza».
Ma qual è il protocollo da osservare in ospedale? «Il personale del pronto soccorso è preparato a identificare i casi sospetti – conclude Bartoloni – e qualora si presenti un caso, i colleghi chiamano noi, del reparto malattie infettive e tropicali, per una valutazione congiunta. L’obiettivo è identificare il sospetto e, trattandosi di una patologia nuova, la soglia è molto bassa. Insieme facciamo la raccolta dei tamponi, uno per le vie respiratorie e l’altro per le lesioni cutanee e poi vengono portati nel nostro laboratorio di microbiologia, già attrezzato da tempo per la diagnostica, e quindi abbiamo la conferma o l’esclusione del caso. Il ricovero lo abbiamo fatto qualche volta per i casi più impegnativi: c’è una stanza dedicata e il paziente viene ricoverato in isolamento rispetto agli altri pazienti. Ogni sospetto viene tempestivamente comunicato al dipartimento di Igiene pubblica dell’Asl Toscana centro e, in questo modo, anche se la persona rimane a casa viene seguita dai colleghi del territorio».
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