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Dacia Maraini si racconta al Tirreno: «Sono figlia di un toscanaccio. La pappa al pomodoro è casa»


	Dacia Maraini in piazza della Repubblica a Firenze in occasione della presentazione del libro
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Dacia Maraini in piazza della Repubblica a Firenze in occasione della presentazione del libro

Dopo l’infanzia in Giappone ha abitato tre anni a Firenze: «Ho ricordi legati a Poggio Imperiale. Qui ho imparato l’italiano»

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FIRENZE. Una vita intensa, una famiglia straordinaria e internazionale, amicizie e legami con i principali esponenti della cultura del Novecento. Dacia Maraini è molto più che una scrittrice: è l’emblema stesso di un certo modo di vivere la cultura, intelligente, profondo, di ampie vedute e capace di farsi portavoce della parte migliore dell’umanità. Nata a Firenze, ha vissuto gli anni dell’infanzia in Giappone, dove è stata internata in un campo di concentramento per dissidenti politici con tutta la famiglia. Ma è rimasta legata alla città del giglio, di cui suo padre è stato un figlio illustre.
 

Ha vissuto in Giappone, a Firenze, in Sicilia, a Roma. A quale luogo si sente di appartenere?
«L’appartenenza è un fatto culturale, non fisico. Mi sento italiana, perché una delle forti ragioni identitarie è la lingua. La lingua è la madre, l’appartenenza fondamentale. Sono italiana di pensiero e lingua, anche se sento di avere nelle mie radici qualcosa del Giappone, dove ho vissuto per otto anni nell’infanzia, qualcosa di inglese, perché mia nonna lo era e tutti i libri che avevo da bambina erano in quell’idioma, siciliana per via di mia madre. Ad ogni modo, l’identità non è un monolite. C’è una preponderanza, ma sento di avere in me delle ramificazioni che abbracciano il mondo. La ritengo una ricchezza».
 

Ha qualche ricordo particolare legato a Firenze?
«Ho abitato qui per tre anni, andavo al collegio della Ss Annunziata e tanti miei ricordi sono legati alla zona del Poggio Imperiale. Rammento bene la splendida villa medicea, le grandi sale affrescate, i giardini dove giocavamo a pallone. E conservo belle memorie delle nostre passeggiate per Firenze, la bellezza di questa città che negli anni Sessanta era particolarmente affascinante. La bellezza è importante, crescere in un posto bello regala pensieri belli».
 

È rimasta in contatto con alcune compagne di scuola?
«Con diverse di loro. Avevano anche fatto un giornale a cui ho partecipato. E ho comunque molti amici cari che ho mantenuto nel tempo, da allora».
 

Suo padre Folco Maraini era fiorentino. C’è qualche ricordo di quel periodo legato alla sua figura?
«Mio padre amava molto i luoghi di montagna, per cui ci portava spesso a Vallombrosa e nelle montagne vicine. Peraltro lui, che ha vissuto tanti anni fuori dall’Italia ha mantenuto sempre fortissimo il suo accento fiorentino, cosa che secondo me significa conservare anche una certa mentalità. Le sue radici erano molto profonde e un po’ le ha trasmesse anche a me. Una certa visione storica, antropologica del mondo. L’attitudine a osservare la storia e capire che ne siamo figli, capire profondamente un paese, osservare le persone e avere grande rispetto per le culture diverse dalla nostra. Tutto questo viene da mio padre, che ha trasmesso queste idee legate alla grande tradizione universalistica della città. Firenze è un centro internazionale, non è una cittadina di provincia chiusa».
 

E sua madre come viveva la città?
«Mia madre era una donna di grande apertura mentale, sempre pronta alle avventure, alla ricerca. Avrebbe dovuto sposare un principe siciliano e invece ha preferito un toscanaccio che andava in giro con la motocicletta e non aveva niente. È stata molto coraggiosa: quando mio padre ha vinto la borsa di studio internazionale, sono partiti per il Giappone con me appena nata solo con questo sostegno, hanno vissuto per anni solo con il suo stipendio di professore universitario».
Nel suo libro c’è un passaggio in cui racconta di essere tornata in Giappone anni dopo la sua infanzia e aver assaporato un dolce che le ha portato subito alla memoria “gli odori, la felicità e i dolori della mia trepida infanzia giapponese”. C’è qualche cibo fiorentino che le fa lo stesso effetto?
«Indubbiamente la pappa col pomodoro. Quando è fatta bene è un piatto sublime, semplice, un piatto povero, fatto con il pane rimasto, ma se preparato con amore è quello che più mi piace. Oltretutto io sono vegetariana, quindi la bistecca non mi tenta».

Quando è tornata dopo il periodo vissuto in Giappone come è stato l’ambientamento?
«Appena tornati siamo venuti a stare a Firenze, da mio nonno, io avevo 9 anni e dovevo rimparare l’italiano, ero una piccola giapponese che parlava il dialetto di Kyoto e male la mia lingua madre. I libri sono stati fondamentali. Lo ricordo come un bel momento: l’Italia del dopoguerra era piena di progetti, di entusiasmo. Era un’Italia bella, anche se molto povera, piena di entusiasmo, di fermento, di novità. Si pubblicavano autori nuovi, si vedevano film nuovi, si preparavano grandi progetti artistici, sociali, un momento di ricostruzione esaltante, ricco, felice».
 

Ha ricevuto il fiorino d’oro qualche anno fa, e anche se vive a Roma che relazione ha con la città oggi?

«Ho un ottimo rapporto. Purtroppo la casa di famiglia è stata venduta, ma per fortuna ho mantenuto molti amici; spesso mi invitano a parlare nelle scuole, e torno sempre volentieri. Non posso dire che sia la mia città, ma qualcosa dei suoi odori e sapori mi appartiene». 

Si intitola Sguardo a Oriente (Marlin editore), ed è l’ultimo libro di Dacia Maraini, che lo ha presentato nel pomeriggio di mercoledì 6 luglio in piazza della Repubblica in un appuntamento legato alle manifestazioni di “Le piazze dei libri”, organizzato dalla Libreria Feltrinelli. Curato da Michelangelo La Luna, ordinario di Lingua e letteratura italiana alla University of Rhode Island negli Usa, il volume è una raccolta di articoli della Maraini dedicati all’Oriente e scritti nel corso di oltre vent’anni di viaggi, sola o con compagni illustri come Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, raggruppati per paese in ordine alfabetico, dall’Afghanistan allo Yemen. Viaggiatrice instancabile.

“Per quanto mi riguarda sono nata viaggiando. I miei primi ricordi sono memorie di cammino”, si legge nel libro - che regala una visione tridimensionale di molti paesi di cui abbiamo solo pallide e occasionali eco. Dal libro emerge potente la visione pacifista e compassionevole di Maraini, capace di individuare ovunque la comune umanità che lega i popoli, in nome della pace, come lei ha commentato: «Esistono valori universali, che appartengono a tutti: non c’è bisogno di essere ebrei, cristiani o musulmani per sapere che è fondamentale essere dalla parte della vita e non della morte. Rispettare la sacralità della persona, non usare violenza, garantire la libertà di parola, pensiero e movimento sono principi di convivenza che si possono trovare nel più sperduto villaggio africano così come nelle grandi metropoli. Se vogliamo la pace dobbiamo puntare su quello che ci unisce, non su quello che ci separa. Se le culture sono diverse, i valori sono gli stessi. Si tratta di principi molto semplici, non servono fede o ideologia per rispettarli, se puntiamo su questi valori possiamo trovare un punto di convergenza tra tutti».

Questo tipo di pensiero è lo stesso che le fa dire, in uno dei passaggi dedicati al Giappone: “Quei contadini generosi mi hanno reso amica del tuo popolo, nonostante le tante sofferenze patite nel campo, nonostante la fame e le ingiustizie. Ho imparato da bambina che un Paese non si identifica con un governo oppressivo e che le linfe di generosità e fraternità sorgevano da quei poveri campi minacciati continuamente dalle bombe”. Un viaggio negli anni tra emozioni e sensazioni, oltre a testimoniare la costante attenzione della scrittrice per le difficoltà dei più deboli, donne e bambini, in ogni tipo di cultura. 

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