Sicurezza
Ilyas e quel sorriso da bambino «Era buono e amava tanto il mare»
La coop “Gli Argini” ricorda il 17enne morto dopo un malore in piscina
FIRENZE. Aveva 17 anni, ma il suo era lo sguardo di un uomo. Forse perché Ilyas El Hicou era diventato grande troppo in fretta. Era partito a 13 anni dal Marocco, il suo Paese d’origine. Viaggiava da solo, qualche vestito di ricambio alla rinfusa nel sacco a pelo e il suo inseparabile zaino in spalla. È stato così per anni. Ma dopo aver vagato per l’Europa ed essere approdato in Italia, aveva anche ritrovato il suo sorriso da bambino in quella casa che, per lui, aveva un solo nome: la comunità per adolescenti “Le Tinaie”, gestita dalla cooperativa sociale “Gli Argini” di Bagno a Ripoli. E proprio quella famiglia che dal 15 dicembre l’ha curato e protetto, ora non riesce a darsi pace.
Con ogni probabilità un malore fatale si è portato via Ilyas e, con lui, la sua risata squillante e quello sguardo sereno che aveva ritrovato lì, in quel casolare di Bagno a Ripoli. Si era immerso nella piscina “Paolo Costoli” mercoledì scorso, qualche bracciata in apnea e il suo corpo si è irrigidito, all’improvviso, andando a fondo. Ha lottato in un letto dell’ospedale di Careggi, ma nonostante gli sforzi dei medici non c’è stato nulla da fare. E – racconta, commosso, Andrea Martelli, coordinatore della cooperativa sociale “Gli Argini” -il vuoto che Ilyas lascia è grande. In tutta la comunità, formata da una decina di ragazzi che erano i suoi “fratelli” e gli operatori. Tutti, lì, ricordano ancora il giorno in cui è arrivato. Era stato in Spagna, Francia e Svizzera prima di girovagare tra Milano, Napoli, Genova e Pisa. Poi, l’arrivo a Orbetello e, infine, alle “Tinaie”. «Aveva una tosse che sembrava non guarire mai e fratture alla testa e a una mano: era stato vittima di un pestaggio – racconta la cooperativa – Ilyas era stato raccolto per strada, come un gatto randagio. Non parlava italiano, ma riusciva a esprimersi in spagnolo: tuttavia, nonostante il dolore che provava per le ossa rotte, non chiedeva aiuto. Mai».
La comunità, allora, lo aveva portato con urgenza al pronto soccorso e in seguito l’aveva accompagnato a numerosi controlli medici. «Prima che, dopo un lungo periodo di convalescenza, le sue condizioni di salute si stabilizzassero», sottolinea Martelli. All’interno della cooperativa, tutti si aspettavano che Ilyas ripartisse non appena guarito. Ma non è stato così.
«Ilyas sembrava aver trovato un luogo dove stava bene e dove sentiva di essere amato, così aveva ricominciato “a giocare”, proprio come un bambino, come avrebbe dovuto poter fare tanto tempo prima – prosegue Martelli – . La sua assistente sociale sapeva quanto fosse importante riportargli la bicicletta di cui lui parlava spesso e che aveva lasciato a Orbetello, custodendo in segreto le chiavi del lucchetto. Così un giorno era arrivata in struttura, trasportandola nel bagagliaio. Da quella volta, non passava giorno che Ilyas non corresse per il giardino in bicicletta, con quel sorriso gioioso che solo i bambini hanno e che sprizza di gioia di vivere».
«Aveva addobbato la sua stanza con luci e colori e l’aveva personalizzata con i suoi disegni. Era un ragazzo buono e semplice, amava il mare e le biciclette e frequentava un corso per imparare ad aggiustarle nella ciclo-officina Movimento Centrale onlus di Firenze», spiega Martelli.
Di recente, Ilyas aveva cominciato a raccontare di sé e delle sue origini. Parlava della vita che conduceva prima di lasciare il Marocco. E lì il giovane tornerà, dopo una cerimonia di commemorazione con la comunità islamica alle cappelle del commiato. «Aiutava i pescatori a prendere i polpi in mare, andando in apnea in profondità – concludono dalla cooperativa – . È incredibile come proprio giocando in acqua, come faceva da bambino, ci abbia salutati, lasciando operatori e ragazzi di fronte a un enorme vuoto». l © RIPRODUZIONE RISERVATA
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