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Don Andrea Bigalli: «La sfida è il contrasto a droga e marginalità, troppi invisibili»

Don Andrea Bigalli è il parroco di Sant’Andrea in Percussina e referente per la Toscana dell’associazione Libera

LA MIA FIRENZE. Il parroco è legato in modo indissolubile alla città da molti anni. «Ci sono grandi potenzialità da sfruttare, ma la povertà sta esplodendo»


15 giugno 2022 Luca Gasperoni


FIRENZE. «Fate che in questa città satellite sia coltivato, per le generazioni future, un seme fecondo di bene e civiltà», recita il murale con il volto del sindaco santo, Giorgio La Pira, a due passi da piazza dell’Isolotto. Davanti c’è don Andrea Bigalli, che sorride e ripercorre le tappe di vita su queste rive dell’Arno. La giovinezza, la formazione al presbiterato, l’eredità lapiriana, l’insegnamento. «Il mio legame con l’Oltrarno è fortissimo, in particolare con l’Isolotto, dove sono stato viceparroco, e Legnaia per la mia giovinezza», spiega. L’unica eccezione è la nascita a Santa Croce, confessa, con la madre che mise da parte i guadagni da sarta per partorire in clinica.

Le esperienze di Don Bigalli, parroco di Sant’Andrea in Percussina, ma anche referente regionale dell’associazione Libera, insegnante, teologo e giornalista, sono legate da 60 anni indissolubilmente a Firenze. Con lo stesso sogno: «Una città in cui si ascoltano le persone in difficoltà e non si ragioni solo in termini di logiche economiche ma di bene comune, da cui scaturisce la giustizia sociale».

Don Bigalli, partiamo da qui e dai suoi punti di riferimento: un luogo che riunisce esperienze importanti.

«La comunità dell’Isolotto e quella di San Michele fondata da don Lupori, l’eredità di La Pira che lo progettò, la germinazione fiorentina e tanti personaggi straordinari. Mi ha influenzato Don Cuba, ma una delle persone che mi ha orientato di più è stato Ernesto Balducci. Mi ha consentito di rimanere cattolico in un momento di grandi tensioni personali».

È in atto, secondo lei, un rinnovamento della Chiesa con Bergoglio e l’arcivescovo Zuppi alla guida della Cei?

«La linea conciliare in fasi storiche diverse trova il modo di esprimersi secondo delle dinamiche più o meno calzanti. I percorsi che viviamo di approccio alla marginalità, ascolto delle minoranze, accoglienza e rapporto con altre culture, sono tutte intuizioni del Vangelo. La Chiesa non deve mai avere il problema di sentirsi al passo coi tempi se cerca di vivere il Vangelo».

Ma ora è più in sintonia con i temi attuali? Penso soprattutto al tema dell’omosessualità.

«Credo di sì. Penso anche all’inclusione delle persone omosessuali che sto facendo con il gruppo Kairos. Negli anni ’80-’90 sono emerse soluzioni ma non sono state comprese. La cura pastorale per gli omosessuali è stato un elemento su cui sono sempre stato guardato con diffidenza, come se volessimo costruire una Chiesa alternativa. Volevamo semplicemente una Chiesa più larga e accogliente».

Com’è la situazione a Firenze a livello di marginalità? Quali sono secondo lei le principali sfide?

«C’è una parte della città sommersa che rischia di non essere mai compresa e visibile, quella della marginalità e della sofferenza. Le sfide sono la droga, in particolare la cocaina. Firenze è uno degli epicentri di consumo, e la ecosostenibilità: la città ha grandi potenzialità da sfruttare, c’è da lavorare su parchi pubblici e ciclabili. E il sostegno alle marginalità, la povertà sta esplodendo, bisogna potenziare servizi come la sanità di base. Certo, se le risorse del Pnrr vanno sulle spese militari, la prospettiva rimane abbastanza fosca».

A questo proposito, qual è la sua posizione sul sostegno militare all’Ucraina?

«La stessa della Santa Sede: nessun preconcetto, anzi c’è un presupposto a favore, un popolo aggredito, il sostegno all’Ucraina non si mette in discussione. Penso però che si debba essere vicini ai popoli, non per forza ai governi. Entrare nella logica che il popolo va aiutato sotto altri aspetti, credo che armarla ulteriormente non sia la via per la pace. Non si può perseguire un fine buono con un mezzo cattivo. La guerra ha acuito la crisi sociale dettata dalla pandemia, con i giovani tra i più colpiti».

Si spieghi meglio.

«Per i giovani la tecnologia nella fase di emergenza è stata una risorsa, ora è un ingolfo. Dà l’illusione di una comunicazione che poi non si traduce in qualcosa di concreto, servono esperienze fuori dal digitale, solo così si impara a stare insieme. La pandemia ha accentuato la solitudine, per questo bisogna ripensare il ruolo delle famiglie senza scaricare su di loro tutte le responsabilità, vanno sostenute con dei progetti».

In che modo?

«Ascoltarli e farli tornare partecipi dei processi formativi dandogli una responsabilità che permetta loro di crescere. Credo che a Firenze manchi un progetto di formazione e inclusione dei giovani. Bisogna potenziare la sinergia tra scuole ed associazioni. I giovani devono essere messi di fronte alle loro responsabilità per riprendere in mano la vita e cambiare quello che non va. Il valore delle generazioni si valuta anche da questo. Non credo che la generazione post guerra mondiale fosse più attrezzata delle precedenti, ma ha trovato forza e mezzi di fronte alle necessità».

Poi c’è il tema della precarietà e della frammentazione economica.

«Vertenze come Bekaert e Gkn sono inaccettabili. Poi penso alle partite Iva e ai rider, esempi di micro-lavoro che non danno né tutele né identità sociale. Nella mobilitazione Gkn è emersa con chiarezza l’importanza della comunità: divisi non si arriva da nessuna parte. La grande sfida attuale è ricostituire comunità non solo a tutela di diritti ma educanti ed autoformative. Siamo in un tempo di disgregazione, la globalizzazione ha colpito i corpi intermedi».

Una frattura che si percepisce anche in città?

«Sì. Penso al mio amico e confratello Alessandro Santoro con l’esperienza delle Piagge: non si può pensare di costruire quartieri senza strutture aggregative, rimediando con centri commerciali, senza sanare alcune questioni di fondo. Bisogna investire nella creazione di spazi con mediatori sociali, associazioni, gruppi e enti. Sulla questione della movida non si può chiedere alla gente di rimanere a casa o reprimere chi esce. Perché non creare luoghi di vita notturna alle Cascine? Sento sempre dire: "Chissà cosa succede di notte alla Cascine". Per me le aree rinascono solo attraverso la presenza delle persone».

Qual è il suo giudizio sull’amministrazione comunale?

«Su alcune tematiche l’attenzione c’è. Bisogna aumentare il rapporto tra amministrazione e associazioni del territorio. Il Comune deve promuoverle e incentivarle, non limitarsi a registrare quelle che ci sono. Alcune cose sono state fatte ma serve ancora molto altro».

Chi vedrebbe bene in futuro alla guida della città?

«Una persona proveniente dalle realtà associative del territorio, dalla cultura o dal sindacato che mostri la capacità di amministrare i fenomeni sociali. Deve saper dialogare con le parti più fragili della società e avere un buon profilo culturale. Mi piacerebbe fosse una donna: il genere femminile ha diritto di essere rappresentato, e senza nessuna retorica, ci sono donne bravissime. Infine una persona non legata ai poteri forti, economici e politici. Non si amministra la città, secondo me, consegnandola in mano alle grandi holding internazionali. La politica deve riprendere il controllo dei fattori economici in nome del bene comune, ma la strada è ancora lunga».

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