Il Tirreno

Firenze

«La città sia contemporanea senza mai perdere l’anima»

Raffaello Napoleone romano vive a Firenze dal 1989 è l’amministratore delegato di Pitti
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Raffaello Napoleone romano vive a Firenze dal 1989 è l’amministratore delegato di Pitti

Non c’è nulla che racconti di più la creatività e la modernità di Pitti Uomo. L’ad Napoleone: «Si parte domani con la stessa sfida: no all’omologazione»

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\Non chiamatela fiera. Sarebbe troppo riduttivo. Pitti Uomo è grande competenza ma è anche molto altro. È il profumo di qualcuno amato e lontano. Un aroma che ti porta in luoghi cari, ti ammicca l’idea di un fiore, di un ricordo, di un’emozione che avevi dentro ma tenevi celata. Sprigiona sensazioni. È creatività, è eventi, bellezza e stramberie. È una città che si trasforma con un obiettivo: creare la moda. Non c’è Firenze senza Pitti, non c’è Pitti senza Firenze. Si comincia domani fino a venerdì 17. Alla Fortezza e, come ricorda Raffaello Napoleone, amministrazione delegato e a Pitti dal 1989, «in tutta la città».

Napoleone, cosa dovremo aspettarci dalla prossima edizione di Pitti Uomo?

«Sarà un’edizione in crescita. Eravamo 338 marchi per l’edizione di giugno 2021, 540 a gennaio 2022 e ora siamo arrivati a 681 brand. Una progressione lenta ma costante. Le nostre fiere hanno sempre raccolto il consenso dai mercati del sud est asiatico che ora sono quasi totalmente spariti. Tra le più importanti aziende c’è chi ha deciso che di non viaggiare, perché meglio non prendere rischi. Ci saranno gli europei, ci saranno gli americani. Si sta rientrando in pista ma ancora non ai livelli pre pandemia».

Non crede possa essere un cambiamento strutturale per le fiere?

«Tendenzialmente lo scambio tra chi presenta le collezioni e chi le deve distribuire rimane fisico. Da una ricerca che abbiamo fatto l’appuntamento fieristico, selezionato, ad invito, è indispensabile. Si va in fiera per vedere cosa si è fatto rispetto ai competitor, i compratori per verificare le scelte fatte, se il fornitore ha fatto la scelte giuste. La capitale della moda è Milano. Di fatto quando si vende lo si fa nelle sedi di proprietà o negli showroom di Milano. La fiera è qualcosa di totalmente diverso, senza contare che per le aziende è indispensabile ridurre i costi quindi fare in giornata. Ecco che conta la raggiungibilità».

Quindi a cosa serve venire a Firenze?

«Siamo in competizione con la Lombardia per la produzione con Scandicci, Prato, Santa Croce, Ponte a Egola. Qui investono le grandi case, qui fanno il campionario, hanno i subfornitori: Firenze è indispensabile. Soffriamo di una logistica che dovrebbe essere in qualche modo implementata ma la città riesce ad attrarre i grandi nomi della moda internazionale e italiana perché qui si lanciano i nuovi progetti».

Qual è la differenza?

«Non siamo una fashion week ma trasmettiamo contemporaneità: quest’anno la designer Graces Wales Bonner ha avuto i premi più importanti. Ha vinto di tutto. È talmente brava che Maria Grazia Chiuri, designer romana di Dior, le ha chiesto di lavorare con lei, l’ha incaricata di rivedere il new look di Dior. È una giovanissima e dove fa il suo primo grande evento? A Firenze. Negli anni abbiamo sempre fatto questo: con una semplice, dichiarata, strategia di non organizzare solo fiere ma di distribuire contemporaneità. Abbiamo organizzato anche mostre di arte contemporanea proprio per essere percepiti come innovativi».

Cosa dà Pitti a Firenze e la città a Pitti?

«Firenze è un asset assoluto, indispensabile, insostituibile. La città ha caratteristiche che non ha nessun’altra città. Piace molto, è una città piccola e durante Pitti diventa una specie di show room a cielo aperto dove si incontrano tutti, in centro, alle feste, agli eventi».

Ma cosa le manca?

«Connettività, raggiungibilità, logistica. L’accoglienza c’è, gli alberghi ci sono. . .».

Manca l’aeroporto?

L’aeroporto di cui si parla da tanto, troppo tempo. Per essere competitivi non basta il treno veloce con Pisa. Ipotizzare che passino altri 15 anni per realizzarlo non è possibile. Per chi viaggia è durissima: arrivano la sera tardi, non c’è il treno, devi dormire fuori. E non puoi certo metterti in fila sulla Fi-Pi-li. Il Nelle infrastrutture il parcheggio di San Donato è stata un’operazione intelligentissima. Non c’è posto probabilmente ma andrebbe raddoppiato».

Cosa chiederebbe a Nardella?

«Il Comune è sempre molto vicino, proprio perché è dentro Pitti. Chiederei gli interventi che devono essere fatti: i lavori alla Fortezza, una soluzione per Firenze Fiera che ha bisogno di un rilancio. Anche di questo ne parliamo da tanto tempo ma ancora non si sta muovendo niente».

A Firenze fiera siete interessati?

«Molto, moltissimo. C’è già stato un accesso ai dati poi rientrato con la pandemia. Si sta discutendo, non so cosa decideranno i soci. In futuro, qualunque sarà il tipo di collaborazione, ci sarà di sicuro un coinvolgimento molto più stretto».

Parteciperete all’aumento di capitale?

«Sono scelte serie: sono scelte da fare con una mentalità imprenditoriale e l’aspetto politico non deve essere preponderante. Bisogna capire qual è il progetto industriale. Sono i soci che valutano».

Da anni amministra Pitti, perché è rimasto così tanto tempo a Firenze?

«Quello che faccio è divertente e interessante. E poi hanno sempre voluto tenermi qui. Sono romano. Mi sento romano ma anche fiorentino, vivo qui da più di 40 anni. È una città che ha un’effettiva vocazione internazionale ma ha una taglia molto più vivibile. Questo però la rende spesso troppo stretta rispetto a Milano che ha un’economia, una finanza più florida».

Come vorrebbe fosse Firenze?

«Una città iperqualitativa in tutto quello che fa. Qualunque progetto deve essere ben fatto. Penso al buon modo in cui sta lavorando la fondazione Palazzo Strozzi, fa le mostre più belle in questo momento. Fa progetti calibrati sulla città mantenendo l’identità e la taglia corretta per la città».

La percezione è che ami questa città ma la veda troppo lenta, un po’ ferma su se stessa? Come se il Rinascimento fosse solo un’eredità del passato ormai.

«Lo è. È difficile oggi ipotizzare una stagione come quella che fu il Rinascimento. Ma rimane una città dell’anima, che deve investire su se stessa ma fare cose per la sua anima. Tende però ad avviare dinamiche di realizzazioni lente rispetto alla velocità del mondo. Non è una».

Cosa pensa delle scelte di comunicazione di Schmidt?

«Schmidt è molto attento a quello che succede nel mondo. Si pensa quando si fa questa domanda alla visita della Ferragni: è stato criticato ma in maniera sciocca. Oggi devi parlare a tutti, a tutte le generazioni con i linguaggi che usano. C’è un po’di bacchettonismo in città. È una questione culturale».

Qual è il suo luogo del cuore?

«Sicuramente è casa mia, subito sopra Porta Romana. Prima stavo in via dei Serragli a cui attaccatissimo, è anche quello un mio luogo del cuore. È uno dei quartieri più vivaci, c’è ancora una vita. San Frediano ha perso tanti pezzi dell’artigianato del passato anche perché la gente non riesce a parcheggiare. Le auto arrampicate ovunque hanno penalizzato le attività artigianali. La gente non sa dove fermarsi»

E poi cosa non le piace?

«Gli autobus rossi a due piani. Firenze deve essere camminata. Non sono d’accordo neppure sulle scale mobili per andare al Belvedere. Non si può sbranare un luogo così bello. Omologa Firenze ad altre città. E noi dobbiamo essere tutto fuorché omologati. Vorrei una Firenze con tutti i servizi più moderni ma guai a mettere le mani su ciò che cambia l’anima».

Consigli su cosa vedere di Pitti, anche ai non addetti ai lavori?

«Lunedì in via Tornabuoni viene ricostruito un giardino rinascimentale, una cosa mai fatta».l

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