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l'anniversario

I 100 anni di Margherita Hack, stella che non si spenge. Video: l'intervista inedita

Sabrina Carollo
Margherita Hack
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Margherita Hack

Cento anni fa nasceva l’astrofisica fiorentina, una delle menti più brillanti Indipendente, libera, inafferrabile: il suo ricordo sono le sue frasi e i suoi pensieri

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Scienziata, atea, animalista, antifascista, nemica degli oroscopi, femminista, comunista, attivista, divulgatrice. Sembra quasi un paradosso, eppure quanto più si è liberi, tante più etichette gli altri cercano di appiccicarti addosso. Così è stato per Margherita Hack, di cui oggi ricorrono i cento anni dalla nascita, dotata di uno spirito indipendente che la rende inafferrabile come una nuvola, nel panorama attuale di appartenenze e divisioni.

Di tutti gli insegnamenti che ci ha lasciato, questo forse è quello che colpisce di più: il suo essere autentica e intellettualmente onesta, al punto da renderla incasellabile.

O almeno è così per noi persone comuni che della sua materia, l’astrofisica, subiamo il fascino potente ma non riusciamo a comprendere i meccanismi e che quindi della sua vita cogliamo soprattutto l’insegnamento umano.

Una lezione che rimane luminosa e solida, anche dopo i quasi dieci anni trascorsi dalla sua scomparsa, alla pari del pensiero dei grandi filosofi. E chissà quanto avrebbe riso di questa frase, lei che ironizzava su tutto – specialmente su se stessa – con una leggerezza molto fiorentina, ben conoscendo quanto tempo e cambiamento fossero inscindibilmente uniti: «Si nasce, si muore. Gli esseri viventi, gli oggetti se sono nuovi, poi diventano vecchi. Anche le pietre, anche la nostra terra, nel corso dei 4 miliardi e mezzo d’età è mutata grandemente. Quindi il tempo lo possiamo definire solo grazie al fatto che tutto cambia”. Eppure è innegabile che rispetto al battito di ciglia che è la presenza dell’uomo nell’universo, il suo atteggiamento rappresenti una traccia di eternità, un metodo che sublima il contingente e che si pone come paradigmatico. Uno stile di pensiero e di vita mutuato dai suoi studi, poiché trasferisce le osservazioni dell’universo e delle sue leggi nella lettura del quotidiano: «L’astronomia ci ha insegnato che non siamo il centro dell’universo, come si è pensato a lungo e come qualcuno ci vuol far pensare anche oggi. Siamo solo un minuscolo pianeta attorno a una stella molto comune».

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Nel Novecento costruito attorno allo sviluppo della psicologia del sé che spesso ancora trascende verso l’edonismo, alimentato dalla distorsione di contenuto delle grandi religioni monoteiste che considerano l’uomo come immagine di un dio superiore, il pensiero di Hack prova a ribilanciare la visione diffusa riposizionando l’essere umano in un ambito di relazione sistemica, di cui è solo uno dei tanti attori. Consapevolezza da cui deriva anche la sua attenzione per gli animali: «sono creature di questa terra, sono nostri fratelli e quindi non è che si devono considerare oggetti a nostra disposizione. (...) Noi abbiamo un cervello più potente, però non vuol dire che, per questo, dobbiamo abusare di loro».

Se i suoi genitori hanno avuto sicuramente un ruolo nella sua decisione di non «mangiare cadaveri», l’essere vegetariana per Margherita non rappresentava l’adattarsi a un modello educativo, ma una scelta consapevole dettata dalla convinzione di non appartenere a una specie superiore.

Una convinzione alla base della sua etica, che Hack amava definire come insita nell’uomo, indipendentemente dagli orientamenti religiosi: «L’etica laica si basa sul rispetto del prossimo, uomo o animale che sia e può essere riassunta dai comandamenti di Cristo, che certo non era figlio di Dio, ma una delle più grandi figure dell’umanità, che ha preceduto i suoi tempi di molti secoli: “Ama il prossimo tuo come te stesso” e “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”».

E ancora: «Le leggi morali non ce le ha date Dio, ma non per questo sono meno importanti. (...) Senza leggi etiche ci sarebbe il branco e non la società. E andrebbero insegnati valori comuni a credenti e non, il perdono, non fare del male agli altri, la solidarietà. Ma, soprattutto, bisognerebbe imparare a dubitare, a diventare scettici».

Il dubbio, elemento fondativo di filosofia e scienza, era vissuto da Hack come uno strumento di conoscenza e come modalità sociale: nel suo modo di discutere si trovano convinzioni, affermazioni assertive ma mai prepotenza o intransigenza. Perfino di fronte alla religione lei, atea, convinta che Dio fosse una confortante novella, manteneva un atteggiamento distaccato: «La scienza non riesce a dare una risposta totale. Quindi il mistero c’è certamente. Se quando morirò dovessi scoprire che c’è la vita eterna, direi a Dio che ho sbagliato. E forse tutto sommato, sarebbe bello essersi sbagliati. [...] Gesù è stato certamente la maggior personalità della storia. Il suo insegnamento, se è resistito per 2000 anni, significa che aveva davvero qualcosa di eccezionale: ha trasmesso valori che sono essenziali anche per un non credente».

Travalica i contenuti, il suo metodo, e ci propone un modello di discussione e confronto positivo, maturo, fatto di ascolto e rispetto delle posizioni altrui senza condiscendenza né sottomissione. Gentile senza essere cortese – del resto era fiorentina e la schiettezza era parte del suo dna – esponeva il suo pensiero senza amore di polemica ma con una serenità che a volte sorprende, guardandola ancora oggi nei numerosi video che circolano in rete. Riusciva a trasmettere molto efficacemente contenuti scomodi e complessi, poco adatti alla comunicazione contemporanea fatta di slogan e ai tempi televisivi. Così anche il suo sostegno alla causa femminile, in particolare alle donne che si occupano di scienza, non è una semplice lamentela, ma diventa un’assunzione di responsabilità, in cui il femminile è valorizzato proprio perché investito della responsabilità di salvarsi in autonomia: «Ho visto molte delle mie colleghe e collaboratrici più giovani tirarsi indietro quando si presentava la possibilità di un avanzamento, come per una forma di timidezza, di mancanza di competitività.(...) Per me è stato molto formativo lo sport agonistico, che insegna a rendersi conto delle proprie possibilità e a voler sfruttare le proprie capacità. (...) È importante che le donne si inoltrino in campi ritenuti tradizionalmente maschili, perché questa è una sovrastruttura dovuta da una lunga tradizione da cancellare». O ancora rispetto alla sua appartenenza politica, come quando di ritorno dall’Unione Sovietica del 1958 commentò: «ci sembrò di essere ritornati su un altro pianeta, quello del consumismo e dello spreco, ma anche della libertà». La sua osservazione della realtà non era certo scevra da critica, in particolare nei confronti dell’Italia e della sua politica: «Come sempre nel nostro Paese quando si deve tagliare, si tagliano la cultura e la ricerca, ritenute evidentemente un inutile lusso»; e ancora, sui diritti delle coppie omosessuali: «da parte di altri paesi è certamente un segno di civiltà. Noi invece siamo un paese arretrato, che non sa cos’è il rispetto della libertà». Esprimeva la sua opinione senza timore o reverenza, perché come diceva, citando Marie Curie, «Nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire». Una lezione, la sua, che dovremmo avere cara.l


 

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