Il dolore
Open, sullo scontro tra Renzi e pm deciderà la Corte costituzionale
FIRENZE. Ha subito uno stop inaspettato l’udienza preliminare nata dall’inchiesta su Open, la fondazione nata per sostenere le iniziative politiche di Matteo Renzi. Il motivo è stato l’arrivo di nuovi atti d’indagine. Ieri il procuratore aggiunto Luca Turco e il pm Antonino Nastasi hanno consegnato al giudice nuove carte per un totale di circa mille pagine. Si tratta del “faldone 51”, che si aggiunge alle circa 90. 000 pagine finite già agli atti dell’inchiesta. I difensori hanno chiesto tempo per poter visionare la documentazione, e così al gup Sara Farini non è restato altro che sospendere i lavori e fissare un nuovo appuntamento a dopo l’estate, il 19 settembre. Il corso dell’udienza ha subito una frenata, che potrebbe non essere l’unica. Il 23 novembre infatti la Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere sul conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato: quello giudiziario, vale a dire i pm fiorentini, e quello politico, ossia le prerogative del senatore Matteo Renzi.
La Consulta dovrà decidere se i magistrati di Firenze, che hanno inserito nel fascicolo dell’inchiesta chat e mail di quando Renzi era già senatore, avrebbero dovuto chiedere anticipatamente l’autorizzazione al Senato. In prima battuta i giudici dovranno decidere se considerare il conflitto ammissibile. Se lo faranno, il gup di Firenze Sara Farini potrebbe decidere di sospendere l’udienza in attesa del pronunciamento della Consulta, che non arriverebbe prima dell’inizio del 2023. «Sarà una decisione storica – commenta l’avvocato Federico Bagattini, difensore di Renzi -. È la prima volta che la politica e la giurisdizione si trovano una di fronte all’altra».
Per quanto riguarda i nuovi atti depositati dalla procura, si tratterebbe di indagini relative all’accusa di corruzione, e in parte a quella di traffico di influenze, che però potrebbero avere ricadute anche sull’altro reato contestato dai magistrati, quello di finanziamento illecito.
Per l’accusa, tra il 2014 e il 2018 nelle casse di Open sarebbero finiti 3, 5 milioni di euro in violazione delle norme del finanziamento ai partiti. Il leader di Italia Viva deve rispondere di finanziamento illecito ai pariti, in concorso con l’avvocato Alberto Bianchi, ex presidente di Open, con i componenti del Cda Marco Carrai, Luca Lotti e Maria Elena Boschi e con l’imprenditore Patrizio Donnini. Luca Lotti, che all’epoca dei fatti era sottosegretario alla presidenza del Consiglio, deve rispondere anche dell’accusa di corruzione. Lo stesso reato è contestato a Bianchi, Donnini e a Alfonso Toto, referente di Toto Costruzioni.
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