Empoli, vivaio italiano
Il club azzurro è il quinto club assoluto per giocatori mandati in prestito. I numeri arrivano dall’Osservatorio internazionale di studi sportivi
FIRENZE. Con l’arrivo della sosta per le Nazionali si è sollevata istantaneamente la classica baraonda di polemiche per le convocazioni di Mancini. Discussioni che toccano da vicino anche Empoli, vista la presenza di Baldanzi e Parisi nel giro dell’Under 21. La fine del discorso, ovviamente, è sempre quella: l’Italia non produce più giocatori di qualità. C’è chi dà la colpa alla chiusura dei campi degli oratori e dell’università della strada, chi se la prende con i social network, chi addita i tecnici delle giovanili più attenti al risultato che allo sviluppo dei ragazzi (per poi prendersela quando la stessa squadra perde). Poche volte si affrontano tematiche serie che affliggono il calcio italiano, ma un assist involontario arriva dal rapporto mensile del Centro Internazionale di Studi Sportivi (CIES) che regala una fotografia sui calciatori in prestito.
I dati riportati parlano sostanzialmente da soli. Sui 75 più importanti campionati al mondo la Serie B è la lega dove più calciatori giocano in prestito, con la Serie A seconda in classifica. Si parla rispettivamente del 22,8% e del 19% del totale dei giocatori. Per fare un paragone, immediatamente sotto si trovano la seconda divisione spagnola, la quarta e la terza inglese, e la seconda scozzese. Tra i venti club con più giocatori in prestito, sette sono italiani; cinque già nella top 10. L’Empoli è quinto in graduatoria mondiale, con un risonante 40%, preceduto solo dal Frosinone col 48, 3% (secondo su scala globale). Nel frattempo, tra le dieci società che prestano più giocatori tre sono italiane: Atalanta (seconda, 24), Inter (terza a pari merito, 21) e Juventus (sesta a pari merito, 20).
Il caso dell’Empoli lo conosciamo molto bene, con il club di Monteboro abilissimo a crescere talenti nel giardino di casa. Così come è chiaro, per chiunque abbia seguito le ultime sessioni di calciomercato, che lo strumento del prestito con diritto o obbligo di riscatto è diventato il metodo principale con cui le squadre italiane acquistano calciatori. Un fattore che potrebbe giustificare una percentuale così alta presente nei nostri campionati, ma soprattutto uno strumento economico adatto a nascondere falle nel sistema: i grandi club comprano senza avere veramente a disposizione i danari, spalmando su anni di bilancio le spese; mentre i club più piccoli come l’Empoli, che fanno delle cessioni la propria sopravvivenza, non riescono a ricevere subito somme importanti e rischiano di andare in difficoltà. Ma anche il generico grande numero di prestiti, insieme allo scoprire da quali squadre provengono, indica che c’è probabilmente qualcosa da correggere.
Il problema fondamentale nel fatto che, da sole, Atalanta, Inter e Juventus noleggino 65 giocatori sta nella posizione di dominio che soffoca la crescita di altre squadre. Con i budget a disposizione (o anche senza questi, tornando a come si acquistano i giocatori in Italia) queste società razziano il mercato, prelevando giocatori che spesso poi non avranno spazio in squadra, spedendoli in prestito anno dopo anno.
Gli stessi giocatori faranno sì esperienza (ma mai al livello delle squadre proprietarie del cartellino, così non acquisiranno un valore molto elevato) ma non avranno mai sicurezza né si alleneranno mai con i migliori.
Invece le squadre che li prendono in prestito non sopportano il rischio di impresa di acquistare il cartellino, ma non usufruiranno mai neanche dei vantaggi finanziari derivanti dalla valorizzare del giocatore e rimarranno sempre in un limbo in cui non potranno elevarsi ai massimi livelli.
È una questione di monopolio, su cui la Fifa (con tutte le sue storture) sta lentamente pensando di agire. Sono situazioni come queste, di difficile ponderazione e risoluzione, a fare il male del calcio italiano.
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