Toscana
Empoli, mai dire mai: da 0-2 a 2-2 in dieci minuti con la Lazio
Impresa degli azzurri all’Olimpico. Caputo la riapre, Marin acciuffa i biancocelesti sui titoli di coda
EMPOLI. Empoli Occhio alle piccole: hanno il veleno nella coda. Ne ha fatto le spese l’Inter sabato sera a Monza, l’ha imitata ieri pomeriggio la Lazio, uccellata da un incredibile Empoli che sembrava già con la testa sotto la doccia e che invece in dieci minuti, prima con Caputo, poi con Marin, ha gelato l’Olimpico con un micidiale uno-due che resterà nella storia del club azzurro.
Corre il minuto 84 e i biancocelesti sembrano in assoluto controllo. L’hanno sbloccata dopo appena 77 secondi grazie a un velenoso corner di Luis Alberto (sembrava destinato alla panchina e invece gioca, poi si è capito perché), spizzato da Felipe Anderson con la decisiva deviazione della testa di Caputo (anche se poi la Lega darà il gol al brasiliano). L’idea dell’Empoli di tenere botta per poi colpire alla distanza, quando i padroni di casa sono più vulnerabili, è già andata a farsi benedire. Anche perché la reazione azzurra non produce niente, mentre i biancocelesti si mangiano un gol al 19’ con Zaccagni (diagonale a lato) e poi sembrano chiuderla con lo stesso Zaccagni, che al 54’, tenuto in gioco da Ismajli, fa lo scavetto a Vicario per un 2-0 tombale, alla luce di quanto si vede in campo.
Insomma, corre l’84’ e la Lazio è padrona del suo destino. Prima del fischio d’inizio ha ricevuto la benedizione di Suor Paola e vorrebbe festeggiare degnamente il 123° compleanno della società, che cade oggi. Ma un folletto di nome Parisi non ci sta: sradica la palla dai piedi di Immobile in area, si produce in uno dei suoi tanti dribbling e imbuca per Bajrami, che alza la testa e spedisce Cambiaghi nelle praterie, il suo luogo naturale, poi arriva il cross preciso per Caputo che controlla e la mette alle spalle dell’ex Provedel. Sono passati quasi 44 mesi dal suo ultimo gol in azzurro (19 maggio 2019, un 4-1 al Torino). Quarantaquattro quanti sono ora i suoi centri con la maglia dell’Empoli.
Ancora però non è successo nulla di irreparabile per la Lazio. È il gol della bandiera di una squadra che fino a quel momento aveva subìto, costruendo una sola occasione, sempre con Caputo, un colpo di testa alto sulla traversa al 59’. Troppo poco per ambire a qualcosa di più del classico titolo su quelli che escono dallo stadio a testa alta. Ma il calcio è strano, imprevedibile, verrebbe da dire bello. Il gol di Ciccio contribuisce se non altro a minare le certezze dei padroni di casa, che dopo essere stati strigliati alla vigilia da Maurizio Sarri e Claudio Lotito, sono scesi in campo con un solo obbiettivo: non farsi rimontare, essendo i biancocelesti la squadra di Serie A che ha perso più punti dalle situazioni di vantaggio. Immobile & C., vedendo il traguardo, hanno cominciato a sentire puzza di beffa, che si è puntualmente materializzata sotto lo striscione, quando Bajrami, ancora lui, ha preso palla sul vertice sinistro dell’area, ha omaggiato Pedro con un tunnel e ha messo al centro, dove Felipe Anderson, ancora lui, ha respinto sui piedi di Razvan Marin una palla che il rumeno ha deciso di trasformare nel suo primo gol in azzurro con un missile sotto la traversa di un incredulo Provedel.
Per un minuto all’Olimpico si sono sentiti solo i cori delle poche decine di tifosi ospiti, poi i tre fischi dell’arbitro Pezzuto e poi una voce fuori campo che ha urlato “fino alla fine!”. Che sarebbe un motto dei tifosi juventini, ma vista la situazione è il suggello più adatto a una prestazione che vista senza il pathos del momento non è certo da incorniciare, però è l’ennesima conferma di un gruppo che non molla mai. E si porta a casa un altro punto pesantissimo, dopo quello di Udine. E quindi sì, mai dire mai.
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