Il Tirreno

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L’intervista

Zanetti, la passione al potere: «Il calcio è fatto di emozioni»

di Paolo Nencioni
Zanetti, la passione al potere: «Il calcio è fatto di emozioni»

Arrabbiature, ambizioni e umiltà: ritratto di un allenatore in crescita. «Dal mercato di gennaio mi aspetto che venga preservato il gruppo»

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EMPOLI. Passione e umiltà, incazzature e consapevolezza dei propri limiti, senza rinunciare all’ambizione. Questo è Paolo Zanetti da Valdagno, il tecnico che dal 6 giugno siede sulla panchina dell’Empoli e che in meno di sei mesi ha dato la sua impronta a una squadra forse meno bella degli anni di Sarri ma certamente più cattiva e concreta quando c’è da portare a casa un risultato. Lo confermano i numeri di queste prime 15 giornate: quattro vittorie, cinque pareggi, sei sconfitte e 17 punti, ma soprattutto 10 punti di vantaggio sulla terzultima Cremonese, battuta l’11 novembre al Castellani. Un risultato per niente scontato. Ora gli azzurri sono tornati al lavoro e oggi rientreranno anche quelli che sono stati impegnati con le Nazionali.

Zanetti, che cosa fa quando non pensa al calcio?

«Non c’è un momento in cui non penso al calcio. L’unica che mi fa staccare per qualche ora, ogni tanto, è mia figlia».

In una ideale scala che va da Zeman che fuma tranquillo in panchina a Mazzone che va a esultare sotto la curva dell’Atalanta in quel famoso derby col Brescia, lei dove si colloca?

«Sono certamente un allenatore passionale. In panchina la mia passione si avverte. Cerco di creare un clima che possa sostenere la squadra anche dal punto di vista emotivo. In panchina e fuori dal campo cerco di essere sempre me stesso, non scendo a compromessi per fare questo mestiere». Dunque più Mazzone che Zeman. Per informazioni chiedere a Thomas Henry, duramente cazziato in diretta tv per essersi fatto espellere il 20 marzo in un Venezia-Sampdoria.

Che giudizio dà di questa prima parte della stagione?

«Il bilancio è buono, volevamo che fosse ottimo. Abbiamo fatto punti importanti, qualcuno lo abbiamo perso per strada, altri li abbiamo trovati. L’importante è il vantaggio che abbiamo accumulato sulla terzultima. Fare punti in Serie A non è semplice per nessuno. Però siamo consapevoli di essere giunti a due quinti del campionato e non abbiamo fatto ancora nulla».

Il cammino è ancora lungo. Come si arriva alla salvezza?

«Anche facendo tesoro della lezione dell’anno scorso, per quanto mi riguarda (Zanetti col Venezia aveva accumulato un vantaggio di 6 punti sulla zona retrocessione, poi è stato esonerato dopo una serie di sconfitte, ndr). Quell’esperienza mi è servita e nel gruppo che alleno ci sono tanti giocatori che sono nelle mie stesse condizioni».

Che cosa si aspetta dal mercato? Qualche movimento in attacco?

«Secondo me la cosa più importante è preservare il gruppo. Quando un gruppo fa bene non va infettato. È importante che quelli bravi restino, sono come nuovi acquisti. Poi probabilmente ci sarà da sfoltire la rosa, anche perché alcuni giovani sono esplosi prima del tempo e hanno cambiato le gerarchie. Per ottenere certi risultati serve tempo e serve mantenere la struttura di un gruppo».

Come ha trovato la squadra alla ripresa e a cosa serve questa settimana di ritiro in Costa del Sol?

«Stanno tutti bene. Due settimane di stop, a questo punto della stagione, non spostano molto. C’è da mantenere la condizione più che da caricare. Il ritiro in Spagna servirà intanto a dare un po’ di respiro ai nostri campi, ci sarà un clima favorevole per gli allenamenti e stare insieme per sette giorni serve anche a cementare il gruppo, una cosa che è sempre utile».

I Mondiali li sta guardando? È un caso che l’Italia non si sia qualificata per due volte di seguito?

«Certo che li guardo. Il calcio è una droga per me. Li guardo anche per prendere qualche spunto. Secondo me l’Italia è fuori anche a causa del format. Basta una partita persa e rischi l’eliminazione. A livello tecnico gli azzurri ci sarebbero stati benissimo in Qatar. Dirò di più: secondo me i campioni d’Europa dovrebbero esserci di diritto ai Mondiali. Poi però devo dire che si nota la differenza di livello tra la Serie A e, per esempio, la Premier League».

Lei ha giocato a lungo in Serie A. Molti giocatori soffrono l’addio al calcio giocato. A lei manca il campo?

«No, il campo non mi manca. Quando ho smesso l’ho fatto convinto di fare questo mestiere».

Quanto incide un allenatore sul rendimento di una squadra?

«Meno di quanto si pensa. Sono i giocatori i veri protagonisti. Sono le loro prestazioni che alla fine incidono sul rendimento di una squadra».

Lei pensa di più ad allenare la testa dei suoi giocatori o all’aspetto tattico?

«Dipende dal gruppo che hai a disposizione. L’aspetto mentale è quello più difficile da allenare. Per quanto mi riguarda cerco di capire le singole situazioni e affrontare i problemi. L’unica regola è questa: prima viene la squadra, poi il singolo».

In questa prima parte di campionato abbiamo visto un Empoli che fa un po’ meno possesso e cerca di essere più verticale con gli inserimenti dei centrocampisti. È la strada giusta?

«Sì, stiamo cercando di essere più verticali. Col solo possesso non si vincono le partite. E allora bisogna stare sul pezzo, orientati al risultato, per cercare di vincere anche certe partite sporche. Questo non significa che vogliamo tralasciare l’aspetto estetico. Dipende dalle situazioni».

Questa potrebbe essere una stagione decisiva per lei. Empoli ha già lanciato allenatori che poi sono entrati nel grande giro. Lei non ha ancora 40 anni, li compirà il 16 dicembre. Ha in mente un fioretto in caso di salvezza?

«No, non ho pensato a nessun fioretto. Penso al lavoro sul campo e cerco di metterci tutto me stesso. So che la seconda salvezza è sempre quella più difficile ma sono fiducioso. Devo dimostrare di essere un allenatore da Serie A».

Per quale squadra tifava quando era piccolo?

«Poi questa me la porto dietro (ride). Sono cresciuto nel Vicenza e tifavo per il Vicenza, poi ho simpatizzato per il Milan e in seguito ho smesso di tifare per una squadra».

Lei non ha un profilo Facebook e non è su Instagram, mentre molti calciatori frequentano assiduamente i social. Che cosa ne pensa?

«Mah, il mondo va in questa direzione e certamente i social hanno dato qualche vantaggio in termini di comunicazione, ma tirano fuori anche il peggio in certi casi. Io non li frequento per carattere, fondamentalmente sono molto “casa e campo” e poi mi faccio gli affari miei. Non mi piace apparire. Cerco la gloria ma non cerco la fama».

A Venezia aveva di fronte una tifoseria molto calda. Che tifosi ha trovato a Empoli?

«I nostri ultras sono fantastici. Cantano dal primo all’ultimo minuto delle partite e spesso io dico ai ragazzi che bisogna giocare anche per loro. Il calcio è fatto di emozioni e loro se le meritano».

Con tutto il rispetto per Empoli, dopo sei mesi in Toscana quanto le manca Venezia, come città?

«Venezia è una delle città più belle del mondo. Io sono veneto e naturalmente ci andavo anche prima di allenare la squadra. Ma devo dire che anche qui ci sono tante cose belle, a Empoli e nei dintorni. Ci sono colline meravigliose, tanti bei posti dove andare».

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