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Accardi: «Ecco l’Empoli che vorrei»

di David Biuzzi
Accardi: «Ecco l’Empoli che vorrei»

Conferme e innesti, il direttore sportivo racconta la filosofia del mercato 

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EMPOLI. Provare a parlarci è quasi un’impresa, riuscirci una specie di avventura. Un po’ perché lui, Pietro Accardi, non è un grande amante delle interviste (eufemismo), ma soprattutto perché quando finalmente riesci a intercettarlo c’è da fare i conti con quel maledetto telefonino (il suo) che non la smette mai di squillare e che spesso interrompe le frasi (le sue) proprio sul più bello.

D’altra parte siamo nel cuore di giugno. E per chi, come lui, di lavoro fa il direttore sportivo questo è il minimo che ci possa aspettare. E comunque niente sembra paragonabile a quello che accadeva 12 mesi fa, non un secolo. Con Accardi chiamato ad edificare, mattone dopo mattone, la rivoluzione ordinata dal presidente Fabrizio Corsi. Iniziò da solo. E non solo perché il vecchio dg, Marcello Carli, se n’era andato e quello nuovo, Andrea Butti, doveva ancora arrivare. No, era davvero solo visto che aveva una piazza contro. Più di mezza Empoli contro (ma solo perché dire tutta potrebbe sembrare un’esagerazione) e un tormentone diventato quasi un mantra fra i tifosi: Accardi vattene. È rimasto, invece, ma nonostante neltaschino abbia un biglietto da visita con stampata la scritta “Serie A”, non ha sassolino da togliersi dalla scarpa.

«Perché – ricorda il ds dell’Empoli – ho sempre compreso lo scetticismo della gente nei miei confronti. Mi ero messo nei loro panni e di fronte a una retrocessione e a un direttore sportivo giovane, anche io avrei fatto lo stesso. Mi sono sempre considerato una “scommessa” del presidente Fabrizio Corsi e, dal primo giorno, ho dato tutto per ripagare la sua fiducia».

Davvero non ha niente da dire ai tifosi?

«Solo ringraziarli per come sono stati vicini alla squadra. Ovviamente sono contento, molto. Per me e per l’Empoli».

Avete fatto una cosa grande...

«Più di una. Sicuramente vincere il campionato è la più importante e vincerlo come lo abbiamo vinto noi significa scrivere la storia. Però dentro a questa cosa enorme ce ne sono altre».

Tipo?

«Aver riacceso la piazza, la passione dei tifosi. Senza emozione non c’è calcio».

Il tutto con un mercato, quello dello scorso anno, da decine di operazioni fra entrate e uscite: quella che non dimenticherà mai?

«Almeno ad oggi le ricordo tutte. Ci sono state partenze dolorose, molto dolorose. Che mi sono costate molto anche dal punto di vista personale. Fra gli arrivi, se devo indicarne uno, dico quello di Caputo. Perché è stata una trattativa lunga, difficile, e l’abbiamo portata in fondo insieme, da squadra. Senza l’intervento del presidente arebbe fallita».

Poi c’è stato un altro passaggio fondamentale: il cambio dell’allenatore...

«Un altro passaggio molto difficile. Vivarini non ha fatto male, di sicuro non ha fatto danni, ma pensavamo che la squadra non stesse ancora esprimendo il suo potenziale. Così ci siamo presi la responsabilità di cambiare».

E perché Andreazzoli?

«Perché quando ci abbiamo parlato abbiamo capito che poteva darci proprio quello che ci mancava. A livello tattico, ma anche di personalità e fiducia. Non tutti, subito, hanno capito le nostre motivazioni. Ma il campo ha detto che avevamo ragione. Anche se, ovviamente, neanche noi ci aspettavamo risultati come quelli che sono arrivati...».

E ora c’è un’altra sfida.

«Già, è il calcio. Non conta quello che hai fatto ma quello che fai e quello che farai. E quello che ti aspetta dopo è sempre la parte più difficile».

Le sfide sembrano piacerle come quando giocava...

«È così. Mi piacciono, mi stimolano, mi fanno sentire vivo. Questo non toglie che ci attende un compito difficile».

Non sarà difficile come azzerare e ricostruire?

«Lo è di più. Perché sicuramente sarà un mercato con meno operazioni, a livello numerico, e dunque si abbassa anche il margine di errore».

Però l’Empoli può ripartire da una buona base.

«Buona e solida. Infatti non ci sarà una seconda rivoluzione. L’idea è quella di mantenere l’ossatura di questa squadra e cercare di migliorarla con gli innesti».

Quanti innesti?

«Inutile fare numeri. L’idea, ripeto, e di non cambiare molto. E l’Empoli non ha la necessità economica di vendere i suoi pezzi pregiati, ma è anche vero che non può dichiarare nessuno incedibile».

E quindi?

«Quindi dipenderà dalle eventuali offerte. Ma, sia chiaro, per farci vacillare le proposte dovranno essere importanti. Molto importanti. E, ad oggi, non ne sono arrivate di nessun tipo».

Al di là dei giocatori: la filosofia resterà la stessa?

«Certo. È chiaro che non possiamo pensare di avere il 70% di possesso palla in ogni partita di Serie A. Serviranno accorgimenti e, fortunatamente, ci penserà un professionista del calibro di Andreazzoli. Ma non stravolgeremo niente».

Il presidente Corsi ha annunciato anche rinforzi per la squadra dei dirigenti: è preoccupato?

«No, tutt’altro. L’Empoli vuole crescere e, dal punto di visa personale e professionale, per me possono esserci solo benefici. È un arricchimento per tutti».

Sembra un benvenuto a Riccardo Pecini...

«Chi arriverà lo dovete chiedere al presidente. Ma sicuramente sarà una persona in grado di aiutare l’Empoli e, dunque, anche Accardi».

A quando il prossimo colpo in entrata?

«Ci stiamo lavorando».

Chi è?

«Non ve lo dico».

L’identikit?

«Quello è unico per tutti. Chi viene a Empoli deve viverla come una grande opportunità. I successi personali passano da quelli di squadra. È un discorso che vale per Accardi, per Andreazzoli e per i giocatori tutti. Quest’anno abbiamo fatto quello che abbiamo fatto perché il gruppo la pensava così. E così dovrà essere in futuro».

Prenderete Mraz?

«È un giocatore che ci piace».

E Capezzi?

«È un giocatore che ci piace».

E Cataldi?

«È un giocatore che ci piace».

Messaggio chiaro: niente nomi.

«Già, niente nomi. Ma stiamo lavorando».

E infatti se ne va, Accardi, rispondendo all’ennesima telefonata...

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