Gioco
Empoli, nel favoloso mondo di nonno Aurelio fra regole e idee
Fresco di rinnovo fino al 2020, il tecnico si racconta «Era una sfida con me stesso, sento di averla vinta»
EMPOLI. Benvenuti nel favoloso mondo di Aurelio. Aurelio Andreazzoli, ovviamente. Che non Amélie, ma che come la fantastica protagonista del fantastico film di Jean-Pierre Jeunet, del 2002, in qualche modo ha il dono e la capacità di rendere felici le persone. Di mischiare la fantasia e il reale. E non ha bisogno neanche di “rapire” un nano da giardino o inseguire il misterioso proprietario di una scatoletta ritrovata per caso. No, al tecnico azzurro basta anche meno. Un campo, un pallone, una (buona) squadra. Al resto, ovviamente ci pensa lui. Ma dietro non ci sono misteriose formule magiche da applicare. Quel mondo favoloso, infatti, è costruito su basi solide ma semplici, se volete banale ma maledettamente efficaci. Sono due, principalmente: le idee e le regole.
LO SPECIALE SUGLI AZZURRI
Così, con questi due ingredienti, “nonno Aurelio” (nella foto grande a destra, non a caso, si bacia il nipotino) ha fatto grande l’Empoli. Così si è guadagnato un posto in Serie A e un contratto, appena firmato, fino al 2020. Così si è conquistato l’affetto e la gratitudine di un popolo, quello azzurro, che lo ha accolto con scetticismo e che, alla fine, si è perdutamente innamorato del suo calcio ma anche del suo modo di essere. Oggi sembra un tempo lontano quello in cui l’Empoli lo ha chiamò al posto di Vincenzo Vivarini («ci hanno dato dei ciucchi», ha spiegato rendendo bene l’idea il presidente Fabrizio Corsi), eppure di mesi ne sono passati meno di 6. E, come rivela oggi lo stesso Andreazzoli, non è che anche lui fosse impazzito di gioia alla chiamata... «La prima telefonata dell’Empoli in realtà mi dette fastidio – ricorda – era dicembre e dovevo uscire in bici coi miei amici. Invece squillò il telefono e, all’inizio, ho provato quel disagio che sente uno studente quando viene chiamato a un’interrogazione e sa non di essere preparato...».
E poi cos’è successo?
«Che il fastidio è sparito in fretta. Perché quello che sentivo mi piaceva ed è subentrata la voglia di dire qualcosa».
L’ha detto in fretta visti i risultati...
«Ma dire che ci vuole tempo per dare a un gioco a una squadra è darsela a bere. Ci vuole tempo per sistemare i dettagli, semmai, ma non per impostare una squadra. Noi a Bari, dopo 19 allenamenti, abbiamo giocato una partita superba».
In passato ha detto anche che l’Empoli era la sua sfida.
«Sì, era una sfida con me stesso. Sia chiaro, non ho mai pensato di dover dimostrare qualcosa a qualcuno perché di quanto ho fatto, anche prima dell’Empoli, sono sempre stato pienamente soddisfatto. Però ero curioso di vedere come e quanto sarei riuscito a mettere in pratica certe idee. Ed è una sfida che oggi sento di aver vinto. Anche se il gioco è solo un aspetto. Penso di aver portato anche altro...».
Le regole?
«Già, la regole. Quella porta che è stata messa dentro gli spogliatoi è diventata quasi un simbolo. Eppure a me pare normale che possa entrare solo chi è convocato».
Ma tiene fuori anche il presidente.
«Io sono a casa del presidente, sono un suo ospite e un suo dipendente. Ma certi paletti valgono per tutti».
E, infatti, Donnarumma a Brescia è stato fuori per non aver gradito il cambio contro la Cremonese...
«Certo che è andata così. Sia chiaro, Alfredo è un ragazzo splendido e non ha fatto niente di grave. Quest’anno, ve lo si assicuro ma non dico di più neanche sotto tortura, sono successe situazioni ben peggiori. Però tenere fuori uno così importante significa anche mandare un messaggio forte a tutto il gruppo».
Ce n’era così tanto bisogno?
«No, non con questo gruppo. Voi vedete sul campo sono quanto forti, io che sto insieme a loro so perfettamente che sono ragazzi eccezionali. E infatti sono stati loro i primi controllori delle regole. Fra l’altro il regolamento interno già c’era al mio arrivo. Io l’ho solo approvato».
Allora ce n’era bisogno nell’ambiente Empoli?
«Neanche. In 10 o 12 di Roma posso assicurarvi che ho visto di tutto. Fuori e dentro lo spogliatoio. Qui c’erano alcune cose da rimettere in chiaro, semmai, ma in un ambiente predisposto a farlo».
Ne esce l’immagine di un Andreazzoli sergente di ferro.
«Falso. Non sono uno stronzo (testuale, ndr) e non voglio esserlo coi giocatori. Non serve, perché se dai delle regole loro sono i primi a rispettarle. Ogni tanto bisogna ribadirle, questo sì. Ricordate quando Luis Enrique escluse De Rossi in un Atalanta-Roma? Si era presentato in ritardo di 3 minuti alla riunione tecnica. E proprio Daniele che è un modello in campo e fuori. Però era la regola e lui la applicò. Perdemmo 4-1 quella gara, però secondo me ci ha dato tanti punti in seguito».
C’è tanto di Luis Enrique nel suo calcio?
«Lui è straordinario. Ma ho avuto la fortuna di lavorare con molti allenatori straordinari e da tutti ho cercato di prendere qualcosa. E di metterci poi del mio, ovviamente».
In effetti Castagnetti sembra muoversi come il play della Roma di Garcia: è così?
«In parte. Era De Rossi che giocava, e gioca, in quel modo per caratteristiche sue. Come il nostro Zajc. Che interpreta il ruolo di trequartista in maniera particolare perché lui ha caratteristiche particolari».
E l’allenatore, in questi casi, cosa fa?
«Cerca di sfruttare le caratteristiche dei suoi. Di metterli nelle migliori condizioni per creare vantaggi alla squadra».
Come gli interni di centrocampo coi piedi invertiti?
«Esatto. Un destro come interno a sinistra e viceversa. È nata per Bennacer che si sente più a suo agio in quella zona, ci ha permesso di fare giocate che hanno devastato le avversarie».
Lei ha 64 anni e a Empoli ormai tutti la chiamano “nonno”, ce lo ha scritto pure sulla cover del telefono, eppure sembra avere idee giovani...
«Eccoci al punto. Le idee. Sono quelle che contano. È falso il mito che per fare un certo tipo di calcio serve un allenatore giovane. Serve un allenatore che idee giovani, moderne. Che abbia voglia di innovarsi e mettersi in discussione tutti i giorni. Guardate il Benevento di De Zerbi, gioca un calcio fresco, intrigante. Se poi lui ha 30 o 60 anni cosa cambia?».
Non dovrebbe cambiare niente, ma...
«Ma so per certo che la scorsa estate ero in corsa per una panchina di A, ma poi hanno preso un altro perché era giovane...».
E ora Andreazzoli, a 64 anni, lavora addirittura col drone.
«Mi sono innamorato del drone. Anche a Roma riprendevamo gli allenamenti dall’alto. Ma serviva tempo per scaricare le immagini. Così invece a fine pomeriggio ho tutto qui».
E così che nascono le idee?
«Non solo. Negli ultimi giorni di lavoro abbiamo provato una giocata che mi è venuta in mente guardando Samp-Napoli. Presto sarà pronta».
Sembra quasi la nascita di Facebook: i social network esistevano già, ma poi Zuckerberg ne ha creato uno prendendo il meglio da tutti...
«Non ci avevo pensato, ma rende l’idea. E comunque sono onorato di questo paragone».
Servono regole e idee, insomma.
«Alla fine sì, sono le basi fondanti e fondamentali. Il resto lo puoi modellare, cambiare sempre per avere un vantaggio sul campo. Ma senza le regole e le idee non vai da nessuna parte».
Basteranno per la Serie A?
«Cercheremo di farle bastare».
Non serve anche il mercato?
«Qualcosa ci serve, è chiaro. Ma ho fiducia nel progetto del presidente e nel lavoro dei nostri direttori Accardi e Butti che sono bravi e ambiziosi. Dovremo riuscirci a migliorarci perché in Serie A ci confronteremo con qualità estreme. Ma a noi servirà integrare e non rivoluzionare».
Giocarsela con la stessa filosofia è la nuova sfida?
«Certo. Siamo consapevoli del fatto che serviranno accorgimenti anche dal punto di vista tattico. Ma i princìpi non hanno categorie e i nostri princìpi di gioco devono per forza restare gli stessi».
Ma pensa davvero che sia possibile per l’Empoli andare a fare un possesso palla del 60% in casa della Juve, della Roma o del Napoli?
«Vorrà dire che contro le big applicheremo i nostri princìpi di gioco alla fase di non possesso...».
Ci sarà anche da abituarsi a perdere visto che in questo campionato a lei non è mai capitato...
«In effetti penso che sarà difficile restare imbattuti per 28 partire. Ma cercheremo comunque di ottenere il massimo da ogni partita. Poi, certo, dovremo essere bravi a gestire i momenti difficili, ma credo che in questo potremo contare sull’aiuto di una piazza come Empoli e, di questo ne sono certo, sull’appoggio della società. Questo lavoro si fa con l’equilibrio».
Quest’anno di equilibrio il suo Empoli ne ha avuto poco: ha sempre vinto.
«Forse fra un po’ ci renderemo davvero conto della portata dell’impresa compiuta. Chiudere in testa con 13 punti di vantaggio era impensabile».
Già, ma nel favoloso mondo di Aurelio il confine tra favola e realtà spesso è una linea molto, molto sottile.
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