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Empoli

C’è la passione azzurra anche nel cuore di Roma

di Marianna Bruschi
C’è la passione azzurra anche nel cuore di Roma

Amedeo racconta il suo amore (sportivo) sbocciato quando aveva appena 6 anni «In famiglia sono tutti giallorossi e mi prendono in giro, vorrei la maglia firmata»

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ROMA. Doveva essere un rito di passaggio, il momento dell'imprinting giallorosso, quell'attimo in cui il triplice fischio dell'arbitro alla fine di un Roma-Empoli segna l'ingresso ufficiale in una comunità, quella "da' Roma". In fondo è stato così per Amedeo. Ma a 6 anni, la mano in quella di papà Saverio, ha fatto di testa sua: da quel giorno ha deciso che a lui della Roma non interessava proprio nulla. Avrebbe tifato, ma avrebbe Empoli. «Papà – aveva detto a fine partita – secondo me è più forte l'Empoli. Io tifo per loro». Una sorta di dramma sportivo-familiare: «Infatti allo stadio – racconta ora – mio papà non mi ci ha più portato...».

Amedeo, ora 40enne, rappresenta la quinta generazione della libreria Cesaretti. Volumi antichi e moderni riempiono gli scaffali, le pile di libri formano corridoi, seguono i gradini, a sei minuti dal Pantheon, in via Piè di Marmo, nel cuore di Roma. Con lui c'è il padre, Saverio Lefevre. Che di quel giorno di ormai parecchi anni fa conferma tutto.

In famiglia e al lavoro il tema calcistico non è diventato tabù per questa fede di colore differente, ma Amedeo è simpaticamente rassegnato alle battutine. «Mio papà era abbonato in tribuna da sempre, tutti i miei fratelli tifano Roma e anche i miei amici, a parte qualcuno della Lazio – racconta Amedeo – e chiaramente tutti mi prendono in giro».

Lo ha messo in conto e ci ride su. Però certo, si rende conto perfettamente che un tifoso dell'Empoli a Roma non si trova proprio a tutti gli angoli di strada. «L'Empoli fan club lo potresti fondare tu», scherza una cliente, tra gli affezionati del "sabato pomeriggio alla Cesaretti". «Sì, perché qui dalle 18 in poi ogni sabato si parla di calcio – spiega Amedeo – vengono filosofi, politici, avvocati».

La fede calcistica del libraio romano è diventata da subito anche un modo facile facile per mandare “frecciatine” e indirizzargli battute. Tiene fra i libri una vecchia foto con i fumetti scritti a mano e incollati sullo sfondo con lo sfottò Roma-Empoli. «Non ho nemmeno partecipato alla festa per lo scudetto giallorosso del 1983 – ricorda Amedeo – perché già dall'81 io tifavo Empoli». Quella partita vissuta dagli spalti, «la più semplice per fare vedere lo stadio a un bambino», lo aveva segnato per sempre.

Ora la squadra azzurra la segue in tv, con la sciarpa d'ordinanza. E la bandiera pronta per essere esposta fuori dalla finestra in caso di vittoria. «Non troppo perché ha i colori simili alla Lazio ed è meglio evitare», dice. Allo stadio riesce ad andare poco. L'ultima partita l'ha vista 4 anni fa, e poi si torna indietro di 15 anni per un Genoa-Empoli, «in cui ci bastava un pareggio. Poi non sono più andato allo stadio – spiega Amedeo – troppo complicato. Andrei a vedere una partita contro la Roma o la Lazio aggregandomi agli amici ma l'assurdità è che dovrei fare la tessera del tifoso e io di fare la tessera della Roma non ci penso nemmeno».

Il «grandissimo campionato» del suo Empoli, dunque, se lo gode a distanza. E nel gioco "sei allenatore per un giorno cosa faresti" non si sbilancia su ipotesi mirabolanti: «il budget è ridotto – spiega – non ci possiamo permettere grandi nomi. Però avrei preso una punta. Non che capitan Maccarone non vada bene. Anzi. Ma mi piacerebbe un giovane che possa restare all'Empoli qualche anno». Gli brillano gli occhi.

Un appello alla sua squadra? «La maglia firmata da tutti i giocatori mi piacerebbe. Ma proprio da tutti. Perché il miracolo dell'Empoli è un miracolo del gruppo non dei singoli».

@MariannaBruschi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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