Il Tirreno

Empoli

L’ex Cagni indica la strada: "Ecco come conquistammo l'Europa"

di David Biuzzi
L’ex Cagni indica la strada: "Ecco come conquistammo l'Europa"

Ha guidato gli azzurri fino alla Uefa: "Stavolta è ancora più dura, ma sarebbe un’impresa storica"

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EMPOLI. A lui l’impresa è riuscita. A lui e solo a lui. Era l’anno del signore 2007, la stagione 2006/2007 per essere più precisi, e Gigi Cagni da Brescia portò l’Empoli in Europa. Si conquistò un posto in Coppa Uefa alla guida degli azzurri. Quelli che avevano Almiron in cabina di regia, Vannucchi a danzare sulla trequarti, Saudati a buttarla dentro. Una squadra che incantò l’Italia, la sorprese, riuscì a chiudere la stagione al settimo posto. Già, il settimo. Proprio quello oggi occupato dalla Giampaolo-band.

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Nessuno meglio di Cagni, insomma, può dire se sognare è lecito. Se l’Empoli dei record (che in questo momento è a +5 rispetto al suo in termini di punti...) può eguagliare l’impresa. «Sarebbe un’impresa ancora più grande – confessa Cagni, reduce dall’esperienza alla Sampdoria nello staff di Zenga – un traguardo davvero storico. Spero con tutto il cuore che l’Empoli possa andare in Europa, perché sarebbe un premio meritato e una lezione per tutto il calcio italiano, ma temo che sarà difficile. Sicuramente più difficile di quanto non lo sia stato per noi. Quello era il campionato del dopo Calciopoli, non c’era la Juventus e molte squadre erano penalizzate. Stavolta, invece, le big sono più o meno tutte dove dovrebbero stare».

Eppure anche per voi l’Uefa non era esattamente l’obietivo...

«No. Eravamo partiti per salvarci, come giusto che sia sempre per l’Empoli. Sul mercato avevamo perso anche il bomnber, Ciccio Tavano, ma era comunque una squadra di grande qualità e, giornata dopo giornata, riuscimmo ad arrivare a un traguardo strepitoso, impensabile».

Quando iniziaste a crederci davvero?

«A salvezza raggiunta. Era fine marzo, ricordo che ci allenavamo a Monteboro. Il venerdì prima di una partita radunai i ragazzi e gli dissi che non dovevamo dirlo a nessuno, ma che c’erano i presupposti per spaccare, per fare qualcosa di grande. Andò così».

Poi, però, l’esperienza non fu esattamente positiva.

«Tutt’altro. Sbagliammo tutti, io per primo. Ricordo che all’andata, con lo Zurigo, feci giocare molti giovani. Prima del ritorno ci fu quasi una rivolta dei “senatori” perché chi l’Uefa se l’era conquistata poi voleva giocarsela. Io avevo parlato con la società, eravamo d’accordo di pensare solo al campionato, ma gli strascichi di quelle discussioni portarono anche al mio esonero e, alla fine, a una retrocessione evitabile. Un peccato. Ma era la prima volta per tutti e pagammo dazio».

Quindi oggi non rifarebbe quelle scelte?

«No. Oggi giocherei con la squadra migliore. Questo è poco ma sicuro».

Torniamo al presente: se l’aspettava di trovare l’Empoli così in alto?

«No, assolutamente no. Non me l’aspettavo e chi vi dice il contrario probabilmente vi racconta una bugia. Ero curioso, invece, di vedere cosa sarebbe successo dopo l’addio di Sarri, con nuovi giocatori e un nuovo allenatore. Ed ero curioso soprattutto di vedere all’opera proprio Giampaolo».

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Come mai?

«Perché è un allenatore che ho sempre seguito e stimato molto. In passato ha avuto delle stagioni difficili e francamente sembrava soffrirne. A Empoli, però, ha trovato l’ambiente ideale per mettere in mostra le sue idee, le sue qualità. Che sono tante. Lo sono sempre state».

Eppure sembrava un compito quasi proibitivo...

«Lo sembrava perché arrivare dopo un collega che ha fatto quello che ha fatto Sarri a Empoli non è semplice per nessuno. Ma lì c’è una piazza particolare. I dirigenti sono fra i pochi sempre presenti, capaci di giudicare il lavoro quotidiano, quello fatto sul campo e nello spogliatoio. Dovrebbe essere la regola, ma Empoli in questo è un’eccezione. Allenatori e giocatori non vengono valutati solo in base ai risultati. Per questo dico che Giampaolo ha trovato l’ambiente ideale dopo anni complicati».

Storia che ricorda un po’ la sua: venne chiamato al posto di Somma dopo essersi dimesso dal Catanzaro.

«Esatto. In quel caso, poi, il direttore Pino Vitale aveva bisogno di un uomo di esperienza che potesse gestire il gruppo in un certo modo, per questo scelse me. Ma non credo sia capitato solo a Cagni e Giampaolo: questa è la storia dell’Empoli e rende unica questa piazza».

In che senso?

«Che c’è una certa mentalità che accomuna un po’ tutti. Credo che Pino Vitale abbia lasciato un segno in questo senso, non a caso il direttore Carli lavorare con lui. ma anche il presidente Corsi, che c’era pure prima ha un certo tipo di modus operandi e la stessa piazza è capace di andare al di là dei semplici risultati. Prendete proprio il caso di Giampaolo: nessuno avrebbe mai potuto pensare di andare a riprenderlo dalla Lega Pro. L’Empoli, invece, conosceva le sue qualità, le apprezzava, ha avuto il coraggio di fare questa scelta e anche di difenderla in un avvio di stagione condito da qualche passo falso».

Non ci ha ancora detto se questo Empoli le piace?

«Mi piace molto, moltissimo. È una squadra composta da molti calciatori bravi e, soprattutto, è bello vederli giocare insieme. E sono contentissimo di vedere Mario Rui esprimersi a questi livelli».

Mario Rui?

«Sì, l’ho avuto a Spezia. Alla fine della stagione lo consigliai a un amico che lavora per l’Atletico Madrid. Gli dissi: “può diventare il terzino più forte d’Europa, prendetelo”. Lo rinunciarono per l’altezza, ma ero sicuro che sarebbe diventato così bravo. Faceva poco la fase difensiva, perché più che un portoghese sembra un brasiliano, ma è un ragazzo d’oro, molto applicato, e sapevo che lavorando in un certo modo sarebbe arrivato al top».

Ma, in definitiva, le farebbe piacere l’Empoli in Europa o tiene di più al fatto di restare l’unico ad avercelo portato?

«Di quella stagione, anzi degli anni a Empoli, ho ricordi splendidi. Non mi serve un primato per ricordarli con piacere, affetto. Tifo per l’Empoli e, dunque, tifo per l’Empoli in Europa. Anche perché, ribadisco, sarebbe un premio meritato per una società e un ambiente che stimo e dove sono stato benissimo. Stavolta, poi, potrebbero anche imparare dai nostri errori e fare pure meglio».

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