Il Tirreno

Empoli

Ma questo Empoli non muore mai

di David Biuzzi
Ma questo Empoli non muore mai

Con un black out compromette un buon avvio, vede il baratro ma alla fine rialza la testa

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CESENA. Alzi la mano chi non ha pensato al peggio. Abbia il coraggio di ammetterlo chi, alla fine del primo tempo, ha già pensato - anche solo per un attimo - a una stagione già compromessa, a una corsa già finita prima ancora di mettersi in marcia. Forse tutto il popolo azzurro, almeno per un attimo, ha dovuto confrontarsi con questa sensazione. Ma l’Empoli, questo Empoli, non muore mai. È questo il messaggio più importante che arriva dal Manuzzi, al di là del primo punto finalmente conquistato (e già, ora si può dire: quello zero alla casella “punti in classifica” era proprio brutto...), al di là dei primi due gol realizzato nella nuova avventura fra le grandi.

Dentro il baratro. È il messaggio più importante, sì, perché c’erano tutte le premesse - alla fine del primo tempo - per una doccia scozzese (ma degna di uno scozzese che ha votato “yes” al referendum sull’indipendenza...). L’Empoli, come regola impone, era partito non bene ma benissimo. Imponendo il proprio gioco, creando tantissime difficoltà al Cesena e sfiorando la rete in più di un’occasione. Poi il black out. Due minuti (che diventano cinque considerata anche la prima occasione di Marilungo) e due gol incassati. Con errori individuali (soprattutto Sepe sulla seconda rete) e di reparto. Una mazzata, insomma. Non spiegabile neanche con la buona intuizione di Bisoli, che aveva cambiato dal 4-3-3 iniziale a un 3-5-1-1 capace di creare guai sugli esterni. Semmai a pesare, tutti insieme, sono stati i problemi contingenti. Come l’assenza di Tonelli (unita a quella di Laurini) e le condizioni precarie di Hysaj (dazio pagato sul primo gol) e Rugani (che, invece, nasconde decisamente bene la febbre...). Con Mchedlidze e Maccarone out, insomma, al 45’ era difficile intravedere la luce in fondo al tunnel.

Il vecchio e il bambino. Ma, tornando alla Scozia, l’Empoli di Sarri sembra Connor MacLeod del clan MacLeod. Chi è? Highlander, quello del film del 1986 che taglia teste ai suoi simili per vivere in eterno. Così gli azzurri si armano di una spada gigantesca, il loro orgoglioso, e nonostante le mazzate prese ricominciano a combattere ancor prima dell’avvio della ripresa. Quando Rugani mette fuori da due passi, al 44’, sembra davvero finita, ma l’intervallo consente di ricaricare le pile e il merito - gigantesco - degli azzurri è quello di ricominciare come se si fosse ancora sul nulla di fatto. Certo per rientrare dentro la partita serve un episodio, che si materializza all’8’, quando Lucchini apre il compasso per frenare Verdi (attivissimo, come sempre, e non sempre preciso, come sempre) sotto gli occhi di Gavillucci. Che quella gamba la vede e decide di assegnare un rigore difficile da scorgere ma netto (con buona pace di Bisoli...). Ciccio-gol, ovviamente, non si fa pregare. E se uno dei “senatori” suona la carica, tocca al baby Rugani coronare la rimonta, al 27’, con l’ennesimo tentativo della sua partita. Col Cesena alla corde (crollo fisico ma anche tattico) ci starebbe anche la vittoria, ma Zielinski sbaglia il passaggio dell’apoteosi su Tavano, e pure la sconfitta, ma Sepe prima e Mario Rui poi dicono noi proprio sui titoli di coda.

Più rimpianti che punti. E ci mancherebbe altro. Anche perché, tanto per cambiare, a poter (e dover) recriminare sono proprio gli azzurri. Certo il punto, visto come si era messa, è guadagnato. Ma per il gioco espresso non c’è storia: l’Empoli ha fatto di tutto di più, neanche fosse la Rai. E, anche stavolta, raccoglie meno di quanto seminato.

@DavidBiuzzi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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