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Empoli celebra il suo Leonida È capitan Moro

di David Biuzzi
Empoli celebra il suo Leonida È capitan Moro

Al re spartano lo accomunano un numero e non solo «Essere nella storia è una gioia e non finisce qui»

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EMPOLI. È come una favola, è vero, ma come in ogni favola nasce sempre da un piccolo seme di verità. Già, perché Davide Moro e Leonida I non sono accomunati solo da un numero, il 300, ma anche da altro. Ad esempio hanno in comune la grinta, la voglia di lottare fino in fondo, la capacità di trascinare gli altri. Due leader, insomma.

Leonida, re di Sparta, è passato alla storia per la resistenza che insieme a un manipolo di uomini, 300 appunto, oppose all’esercito persiano sul passo della Termopili nel 480 avanti Cristo. Dopo giorni di strenua e incredibile resistenza, Leonida perse battaglia e vita, entrando però nella leggenda e consentendo ai greci di vincere la seconda guerra persiana. Moro, invece, le sue batteglie le combatte su un rettangolo verde e, da 18 anni quasi ininterrotti lo fa con una maglia azzurra addosso. Non si gioca la vita, lui, ma combatte in campo come se non ci fosse un domani. Anche se, il giorno dopo aver ricevuto un premio per il suo record davanti al popolo del Castellani, lui un domani se lo sente eccome. «È una gioia e un onore essere il primo giocatore ad aver collezionato più di 300 presenze con la maglia dell’Empoli – spiega il condottiero del ventunesimo secolo – ti senti dentro la storia del club ed è bellissimo. Io, poi, qui sono entrato che avevo 13 anni, ho consumato tutta la trafila delle giovanili fino ad arrivare in prima squadra. Ed ora, a 31 anni, raccolgo questa gratificazione davvero speciale».

E domani?

«Si ricomincia a correre, sicuro. Voglio giocare per almeno altri 6 o 7 anni. Mi sento bene, ho stimoli da vendere e provo grandi emozioni. Questo record, poi, è una carica di energia incredibile».

Ricorda come è cominciata?

«In prima squadra è cominciata con Somma, nell’estate del 2004. Tornavo da Varese e lui mi volle tenere a tutti i costi. Giocai più di 30 gare e da allora, in pratica, ne ho sempre giocate più di 30 a stagione. Altrimenti non sarei arrivato al record così presto».

E che effetto le fa, ora, essere il capitano e uno dei senatori?

«È bello, molto. Anche perché, ad esempio, vedi Rugani, oggi, che prova quello che provavo io allora. E quindi rivivi la stessa emozione e ti fa piacere poter dare una mano, un consiglio».

Quali, fra le oltre 300 partite, non dimenticherà mai?

«Il playout col Vicenza, senza dubbio. Io, qui, ho avuto la fortuna e forse anche il merito di togliermi tante soddisfazioni. Ho vinto campionati, raggiunto salvezze in A, vinto partite contro le grandi del nostro calcio, addirittura conquistato un posto in Europa. Tutti successi, però, costruiti col passare del tempo e dunque anche gioie diluite dal passare del tempo. In quella notte, invece, ci siamo giocati tutto, futuro compreso, in una gara pazzesca. E alla fine l’esplosione di gioia è stata indescrivibile».

Beh, con le dovute proporzioni anche quella col Siena è stata una bella notte...

«Sì, concordo. Non abbiamo vinto ma sono felice come se lo avessimo fatto. Abbiamo giocato davvero bene. Ci siamo divertiti e abbiamo divertito la gente».

Tanto bene da autorizzare qualche sogno proibito?

«Il discorso è un altro: se pensiamo di essere diventati bravi, ora, ad Avellino prendiamo tre schiaffi. Se, invece, restiamo consapevoli di poter dire sempre la nostra, ma a patto di fare le cose nel modo giusto, allora possiamo anche toglierci qualche soddisfazione».

Così parla un leader, così parla un capitano. E se poi ha anche qualcosa, un numero, in comune con Leonida I re di Sparta ascoltarlo e seguirlo è davvero il minimo che si possa fare.

@DavidBiuzzi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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