Finanza
Dumitru tiene accesa la speranza
A 3’ dalla fine pareggia un derby che l’Empoli doveva vincere ma che sembrava ormai perso
EMPOLI. Non è il derby che l’Empoli sognava, non c’è il ritorno a una vittoria che ormai manca da più di tre mesi e la classifica resta brutta, bruttissima. Vista così, insomma, c’è poco da stare allegri. Eppure poteva andare peggio. O meglio, sembrava essere andata peggio. Già, perché c’è voluto un guizzo della “freccia nera”, ovvero Nicolao Dumitru, per rimettete in piedi la gara – in ripidissima salita dopo appena 240 secondi – mentre sul Castellani stavano già passando i titoli di coda.
Subito sotto. Prima di verificare il 4-3-1-2 azzurro e il sorprendente 4-3-2-1 labronico (con la coppia Palunho-Siligardi a giostrare tra le linee), infatti, gli amaranto sono già sotto la sud, a festeggiare il gol del vantaggio insieme ai propri tifosi (non molti) arrivati dall’Ardenza. Il tutto nasce da un gentile omaggio dell’Empoli, con Pelagotti che abbozza solo l’uscita e Stovini costretto all’angolo nonostante l’avversario più vicino sia a distanza di sicurezza. Il gioco dalla bandierina porta Belingheri a sparare dalla lunga, ma all’errore si aggiunge sfortuna – una costante di questa stagione maledetta – e il tiro senza pretese del centrocampista incoccia sulla spalle di Mchedlidze, s’impenna e va a morire all’incrocio dei pali (neanche le magiche “manine” di Kobe Bryant avrebbero potuto disegnare una parabola del genere). L’inizio è drammatico, insomma, ma se non l’altro l’Empoli ha il merito di non disunirsi. Rischia grosso al 19’, quando Dionisi pizzica il palo lungo, ma spreca pure una palla d’oro con Tavano (bravo Bardi) al 21’. Quel che manca è sempre il tocco risolutivo (assist e conclusione che sia) perché in mezzo Moro gestisce bene il gioco e Zé Eduardo è maestro nel recupero-palla. Semmai, con Ciccio-gol in crescita ma non ancora al top, manca l’apporto di Mchedlidze e Lazzari ci mette più quantità che qualità. Dopo un recupero miracoloso di Coppola su Filkor (36’), così, il tempo si chiude con Bardi che si salva coi piedi (su Lazzari al 38’) e per una questione di centimetri su Coppola allo scoccare del 45’.
Tutti avanti. La ripresa si apre con Big Mac al posto di Mchedlidze e il recupero-lampo dell’attaccante rischia di pagare al 2’ (tiro fuori da sottomisura con sospetto fallo di Sini non sanzionato da Nasca). L’avvio è promettente, insomma, ma progressivamente la spinta azzurra si attenua. Gli sforzi, peraltro vani, profusi nel primo tempo presentano il conto e neanche l’ingresso di Brugman sembra dare la scossa. Piovono un paio di buone occasioni, ma l’impressione è che il Livorno possa controllare sempre meglio la gara. Quel che manca, agli ospiti, è la forza – fisica e mentale – di andare a sferrare il pugno del ko. Il resto, in qualche modo, lo fa Nasca. Già, perché il direttore di gara riesce nell’impresa di peggiorare 60 minuti di direzione a due facce (al di là dell’episodio Sini-Maccarone) perdendo completamente il controllo del match. Il clima s’infiamma e Aglietti viene espulso al 34’. Prima di uscire, però, lascia l’indicazione giuste al vice Martusciello: dentro Dumitru e fuori Zé Eduardo. Il modulo, ora, è più un 4-2-1-3 che un 4-2-3-1, ma la chiave è il movimento dei tre davanti, che si scambiano di continuo la posizione togliendo riferimenti alla non impermeabile retroguardia amaranto. Certo l’esito sarebbe stato diverso se, al 37’, Filkor non si fosse divorato la palla dello 0-2, fatto sta che al 42’ proprio i tre subentrati lasciano il segno: Maccarone conquista una punizione laterale, Brugman la mette dentro morbida, lo stesso Maccarone prolunga la treiettoria di testa in tuffo e, sul secondo palo, Dumitru lascia sul posto la statuina Sini e confeziona il pari. Poteva andare peggio.
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