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Da Empoli cocaina e hashish per mezza Toscana: il nascondiglio nel garage, le indagini, i nomi della banda e il processo
Gli stupefacenti attraverso una fitta rete di spacciatori venivano prima smerciati e poi venduti al dettaglio ai consumatori per strada
EMPOLI. Quel garage in via Tripoli era il deposito dove la droga arrivava in grandi quantità e poi ripartiva per essere venduta al dettaglio dai vari pusher o presa in consegna in quantità consistenti dai corrieri che la trasportavano in varie parti della regione, prevalentemente sulla costa labronica e sull’Isola d’Elba, come provato con l’arresto di uno dei componenti della banda mentre si imbarcava, nel luglio del 2020, da Piombino sul traghetto per fare ritorno a Portoferraio, subito dopo aver ricevuto la borsa da uno dei corrieri arrivato da Empoli.
I nomi e le condanne
Ne è convinto il pubblico ministero Lorenzo Gestri che davanti alla giudice per le udienze preliminari Antonella Zatini, nella mattina di martedì 27 febbraio ha illustrato in una lunghissima requisitoria tutti i vari episodi dell’inchiesta che ha portato a identificare e arrestare nel tempo decine e decine di componenti, a vario titolo, di quella banda che, secondo l’accusa, faceva capo a Valentino Gjinaj, e che rappresentava una vera e propria associazione a delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio delle sostanze stupefacenti. Ed è proprio per Valentino Gjinaj, difeso dagli avvocati Manuele Ciappi di Prato e Giovanni Flora di Firenze - che ha optato per essere giudicato col rito abbreviato - che il pm ha chiesto la pena più alta che è partita da 24 anni ed è poi stata scontata di un terzo per il rito alternativo e quindi si è fermata a 16 anni di carcere, senza il beneficio delle attenuanti generiche. Otto anni e quattro mesi di carcere sono state le richieste invece per Bekay e Mollisi, quelli che secondo l’accusa erano il braccio destro di Gjinaj e ne avevano preso il posto al momento del suo arresto avvenuto nel luglio del 2020. Anche per loro c’è stato lo sconto di un terzo per aver optato per il rito abbreviato.
L’inchiesta
L’inchiesta partita nell’ottobre del 2019 è andata avanti fino all’autunno del 2020, inframmezzata dai tanti arresti fatti di pusher e corrieri che ha visto gli investigatori privilegiare la strategia dell’attesa per scoprire i filoni di approvvigionamento e che, per questo, non ha mai portato alla perquisizione del garage, come ha tenuto a ribadire il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, ma solo al suo controllo per verificare chi entrava e chi usciva. Ma che quel garage fosse il deposito della droga lo dimostrerebbe, secondo quanto sostenuto dal pm Gestri, il fatto che quando chi entrava a mani vuote e ne usciva con una borsa, veniva intercettato dalle forze dell’ordine e trovato in possesso di stupefacenti. Garage dove veniva parcheggiata la Peugeot 3008 con cui si muoveva Gjinaj . E poi ci sono quelle intercettazioni telefoniche che non lasciano dubbi sul fatto che la banda volesse arrivare a raggiungere fino a 50 pusher per meglio distribuire i grossi quantitativi di hashish e cocaina di cui veniva in possesso. Sedici gli imputati rimasti nel processo dopo che varie posizioni sono state stralciate, perché riguardanti semplici reati di spaccio e non associativi e quindi inviati alle procure delle città dove sono stati riscontrati i reati, prevalentemente Livorno. Fra i sedici imputati, alcuni hanno scelto il rito abbreviato e altri invece vanno per il rito ordinario. La prossima udienza è stata fissata per il 21 marzo mentre la sentenza è programmata per l’11 aprile prossimo. In aula nella mattina del 27 febbraio anche gli avvocati degli altri imputati minori: Francesco Alunno, Luca Cianferoni, Manaj Artur, Elisa Baldocci e Vincenzo De Franco del foro di Firenze, Massimo Manfredini e Vinicio Vannucci del foro di Livorno.
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