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Empoli, le infermiere spiate sotto la doccia ci mettono la faccia: «Si sono divertiti a vederci nude dopo turni spesso massacranti»

di Danilo Renzullo
Empoli, le infermiere spiate sotto la doccia ci mettono la faccia: «Si sono divertiti a vederci nude dopo turni spesso massacranti»

In presidio davanti al tribunale le infermiere spiate nelle docce dell’ospedale: al via il processo a carico di tre manutentori del San Giuseppe. «Vogliamo sapere anche chi c’era dietro a tutto questo, perché il sistema creato era troppo ingegnoso». Il timore dei video diffusi online

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EMPOLI. Giustizia e verità. Le rivendicano con la voce, ma anche con i simboli. Un foulard rosso stretto al collo e cartelli in mano. Ma non solo. Perché le infermiere dell’ospedale San Giuseppe di Empoli “spiate” con una videocamera endoscopica posizionata in una doccia degli spogliatoi femminili del policlinico empolese hanno deciso di mostrare anche i volti di quei corpi violati, probabilmente per anni.

«Abbiamo deciso di non nasconderci, di non tirarci indietro, di mostrarci per difendere la nostra dignità», dicono. «Eravamo sul posto di lavoro, prestando un servizio fondamentale alla comunità: mentre eravamo in prima linea, in un periodo di massima emergenza, c’erano altri che si divertivano a vederci nude, a violare e violentare i nostri corpi. Perché quella che per anni è stata fatta su di noi è violenza».

Prima un presidio davanti al Palazzo di Giustizia, poi l’ingresso in un’aula del Tribunale di Firenze dove ieri è iniziato il processo a carico di tre tecnici manutentori accusati di aver spiato le dipendenti della struttura ospedaliera «procurandosi indebitamente immagini attinenti alla vita privata di 70 persone».

Si tratta di un 41enne empolese residente a Capraia e Limite, un 37enne di San Miniato e un 57enne fiorentino residente a Castelfranco di Sotto. L’accusa contestata, in concorso, è quella di interferenze illecite nella vita privata più l’aggravante di aver commesso il fatto «per motivi abietti».

Infermiere, dottoresse e operatrici socio-sanitarie. Decine le professioniste finite in quella “rete” creata dai tre operai, dipendenti di una ditta esterna che ha in appalto i servizi di manutenzione del policlinico empolese, scoperta nel maggio di due anni fa da un’operatrice sanitaria.

«Alcune di noi hanno prove che quella telecamera era stata posizionata già anni prima, almeno nel 2020 – continua il gruppo di sanitarie –. Ed è aberrante pensare che c’era qualcuno che si divertiva a fare quello che faceva durante la pandemia, quando il personale sanitario era allo stremo e quando a pochi metri da quello spogliatoio decine di persone morivano». Almeno cento le lavoratrici che avevano accesso a quei locali, una settantina quelle che abitualmente utilizzavano quella doccia, una delle due presenti negli spogliatoi. «Non si sa perché l’altra era sempre fuori uso, sempre senza acqua calda, poi abbiamo capito perché», raccontano le lavoratrici. «Ci aspettiamo giustizia, ma anche che queste persone vengano rieducate. Vogliamo sapere anche chi c’era dietro a tutto questo, perché il sistema creato era troppo ingegnoso» e complicato da materializzare.

Secondo l’accusa, i tre avevano inserito in un minuscolo foro realizzato in una parete della doccia una videocamera endoscopica costituita da una sonda lunga oltre un metro, collegata ad un piccolo display installato in una stanza adiacente in uso agli operai. «Si sentivano spesso voci, risate, commenti provenire da quella stanza, ma nessuna di noi poteva immaginare tutto questo, nessuna poteva interpretare sguardi e parole di quelle persone che tutti i giorni incontravamo sul posto di lavoro», aggiungono le dipendenti del policlinico empolese, il cui timore è che quelle immagini possano in qualche modo essere state anche diffuse sul web o sui social. La polizia postale non ha trovato riscontri in tal senso, ma «la paura è che possa essere stato fatto su quale social criptato».

«Ci vengono i brividi a ripensare a tutto quello che abbiamo subito: una violenza durata anni in un luogo, il posto di lavoro, dove siamo state sempre in prima fila per salvare vite. Ora vogliamo giustizia, ma anche verità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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