Il Tirreno

Empoli

L’analisi

Empolese-Valdelsa, crollo delle nascite: dove le culle sono vuote

di Sara Venchiarutti
Silvia Venturi, già docente di Demografia a scienze politiche all’università di Pisa
◗
Silvia Venturi, già docente di Demografia a scienze politiche all’università di Pisa

Capraia e Limite e Cerreto i paesi con la crisi demografica. L’esperta: «Ma anche dove calano meno c’è da preoccuparsi»

4 MINUTI DI LETTURA





EMPOLI. Nel 2014 i nuovi nati ogni mille abitanti nel comune di Capraia e Limite erano 11,82. Appena sei anni dopo, nel 2020, sono scesi a 6,11. Meno 5,72. In pratica le nascite si sono quasi dimezzate. L’altro comune dove si registra il calo maggiore è Cerreto Guidi: meno 4,28 nati, passando dagli 11,46 del 2014 ai 7,18 del 2020. Vinci in sei anni ne ha persi 2,03, Empoli 1,44, Montelupo Fiorentino 1,89. Chi cala di meno è Certaldo (meno 0,72 nuovi nati in rapporto alla popolazione residente) insieme a Gambassi Terme, dove le nascite si riducono di 0,36. Così nel 2020 solo tre comuni della Valdelsa hanno superato i 7 nuovi nati ogni mille abitanti; nel 2014 invece questa soglia la oltrepassavano tutti. Ecco come è cambiato il tasso di natalità – che è il rapporto tra il numero delle nascite e gli abitanti ogni mille residenti – nei vari comuni dell’Empolese Valdelsa. I dati, raccolti e divisi per ciascun Comune dalla fondazione Openpolis, sono i più recenti disponibili a livello locale.

Il crollo nell’Empolese

Il tasso di natalità nell’Empolese è passato in sette anni da 8,57 a 6,4 nati ogni mille abitanti, e i neonati sono passati da 1.430 del 2014 a 1.070 del 2020, con un crollo di 360 unità. Per vedere cosa è successo negli ultimi anni, bisogna allargarsi a livello di provincia. E così a Firenze dagli 8,1 nuovi nati del 2014 si è passati ai 6,3 del 2022. Meno due nascite ogni mille abitanti. Il risultato insomma non cambia. Numeri in linea con quelli italiani, dove sono rari i casi in cui il tasso di natalità è preceduto da un segno più. «Meno cinque nuovi nati ogni mille abitanti in sei anni non è poco come diminuzione. Ma non è un dato che fa stare tranquilli nemmeno lo 0,36 perché ormai incide da tanto tempo, è diventato strutturale», commenta Silvia Venturi, già docente di Demografia a scienze politiche all’università di Pisa.

Crescita zero

Il tasso di natalità, infatti, è una spia importante di una combinazione più ampia. E tipicamente italiana. Da un lato ci sono molti meno giovani, dall’altro gli anziani aumentano. Qui entra in gioco anche un altro indicatore: il tasso di fecondità, ossia quanti figli fa in media una donna. «Al momento in Toscana – spiega Venturi – parliamo di 1,16 figli a donna. Il problema è che siamo sotto il “numerino magico” dei 2,1 figli a donna, che servirebbe per non far diminuire la popolazione. E l’aggravante è che lo siamo costantemente dal 1975, e cioè da 50 anni». Tanti i fattori – crisi economica, aspetti culturali e sociali, assenza di welfare a sostegno delle famiglie – che hanno portato a questo fenomeno. Col risultato che «siamo fermi. Il tasso di crescita totale della popolazione, che considera anche i movimenti migratori – aggiunge Venturi – è meno 0,6. Ormai la tendenza della popolazione è quella di diminuire». Le previsioni per il futuro poi non cambiano lo scenario: se l’anno scorso in Italia per la prima volta siamo scesi – di poco – sotto quota 59 milioni di abitanti, secondo l’Istat «continueremo a calare per arrivare a 54 milioni nel 2050», spiega Venturi.

Le conseguenze

Le conseguenze più facili da immaginare di questo fenomeno sono quelle economiche. Per dirla in parole semplici, «se nel 1971 un bimbo in età prescolare aveva sulle spalle meno di due nonni – spiega Venturi – oggi lo stesso bimbo ne ha cinque di nonni». Con tutto quello che significa per il nostro sistema contributivo, in larga parte sostenuto da chi lavora, che sarà sempre meno. Un sistema che di fatto rischia di implodere. Ma c’è anche un altro aspetto, di natura sociale e culturale. Trovo preoccupante – fa notare Venturi – una società che non si rinnova. Anche a livello individuale da giovani si è più intraprendenti, più curiosi, si ha una diversa percezione del rischio. L’avere società così anziane si riflette anche sulla stessa gestione della cosa pubblica, diventa un fatto di mentalità sociale per cui si è meno propensi ai cambiamenti e si va nell’immobilismo. È fisiologico: un ricambio demografico deve esserci».
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa