Finanza
Frenata per il distretto moda nell’Empolese: le cause e le strategie per la ripresa
Nell’empolese i primi 6 mesi valgono 1,3 miliardi: meno 4,4% rispetto al 2022. Ridotti gli ordinativi anche del 30%. E in pochi producono ancora modelli propri
EMPOLI. Un distretto, quello dell’abbigliamento empolese, capace ancora di “produrre” 1,3 miliardi di euro nel primo semestre del 2023. E questo soltanto nell’export, nelle esportazioni verso l’estero. Ma – perché c’è un ma – c’è un segno meno rispetto allo stesso periodo 2022, seguito da 58,6 milioni. In pratica una contrazione del 4,4%. Sono i dati che emergono dall’analisi della Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, che ha analizzato i distretti regionali, tra cui quello dell’Empolese.
Le cause sono diverse: il forte boom di richieste dell’anno scorso - e il conseguente contraccolpo-, i rincari causati dagli aumenti dell’energia e l’inflazione. Non secondario il clima: di fatto l’inverno non è ancora arrivato, e nel distretto empolese si producono soprattutto giacconi in pelle, capi da spalla, oltre alle calzature.
Ma a farla da padrone, in questa frenata, «è la situazione internazionale di incertezza legata al contesto geopolitico, che ha portato a una riduzione nel mercato del lusso internazionale», spiega Marco Landi, imprenditore empolese e presidente nazionale di Cna Federmoda. E questo non può non avere ricadute in un distretto più vocato alle esportazioni: certo, dipende da azienda a azienda, ma «parliamo di un mercato interno ed europeo che copre in percentuale un 30-40% del volume d’affari. Per questo la situazione internazionale incide: i grandi marchi della moda hanno arrestato la produzione con le guerre in corso, una fase finanziaria incerta: alcuni mercati, come Russia, Cina e tutta la parte dell’Arabia, sono diventati terreni incerti rispetto a mesi fa».
Con ricadute “a pioggia” sull’intera filiera. Dove ormai, spiega Marco Piccini, direttore generale dell’azienda di calzature “Grazzini Giovanna Srl” a Fibbiana, «nel nostro settore quasi tutti producono per terzi, marchi di lusso. Quasi nessuno ha più una collezione propria, era un patrimonio di 30 anni fa. Sta diminuendo la parte creativa delle produzioni locali, che realizzano scarpe già disegnate nella parte stilistica dai grandi marchi. Noi eravamo rimasti quasi gli unici a commercializzare una nostra produzione. Poi, dopo il covid – spiega – abbiamo abbandonato il nostro marchio e cominciato a realizzare scarpe per conto di terzi». E sì, «il dispiacere è grande. Prima per le nostre scarpe – racconta – arrivavano a Montelupo da tutto il mondo: dalla Cina al Giappone, dall’Australia al Sudamerica. Ma abbiamo dovuto fare una scelta: c’era tanta richiesta per lo sviluppo delle collezioni di altri brand, per le piccole aziende il mercato in proprio era troppo ristretto e abbiamo cambiato». Con risultati più che positivi: un buon volume d’affari nel 2022, e anche 5 nuove assunzioni di giovanissimi, «che abbiamo formato direttamente in azienda». Ma ora la contrazione si fa un po’ sentire. «La difficoltà è soprattutto per il settore del lusso – precisa Piccini – che rappresenta una parte della nostra produzione: qui gli ordinativi sono diminuiti del 30%. Ha subito meno flessioni il segmento medio alto».
Un rallentamento contingente per cui servirebbero delle operazioni di sostegno, dice Landi: «finanziamenti, prestiti per baipassare questo periodo. Solitamente l’allungamento delle scadenze di prestiti è la cosa più facile per consentire una ripresa più veloce e sicura all’imprenditore».
E, in prospettiva, servirà creare un centro di ricerca per nuove tecnologie, anche nell’ambito ecologico», dice Landi.
Fatto sta che ad ora la situazione, anche per il futuro, «è incerta», dice Giacomo Fioravanti, vicepresidente sezione moda di Confindustria Firenze e con un’azienda di calzature nel comune di Vinci. «Ci si lamenta un po’ dappertutto – spiega – per la mancanza di ordini nel settore calzaturiero. I numeri hanno confermato la paura già presente nel settore». La sua azienda produce ancora scarpe con marchio proprio: ma per «i piccoli marchi artigiani che fanno prodotti di qualità la situazione è molto peggiore rispetto ai grandi brand. Le famiglie cercano il prezzo più basso, e per chi produce in Italia è difficile abbassare i prezzi».
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